lunedì 22 luglio 2013

Il lungo addio (Raymond Chandler)


 

Marlowe, l'uomo che non deve chiedere mai. Forse.

 

Non ha il fisico del ruolo, a quanto pare. Ma ha un numero discreto di frecce al suo arco. Un atteggiamento che non si scalfisce, un Humphrey Bogart, per fare un esempio calzante cinematografico e che recitò in trasposizioni dei suoi testi. Un ventaglio di amicizie, con cui sventolare in faccia alle difficoltà e dissipare dubbi, minacce. Una notevole e invidiabile capacità di incassatore, non tanto di parole malevole o di battute sarcastiche. No. Prende pugni e peraltro ne pregusta (si fa per dire) il sapore e l’odore, perché li aspetta, di rado li schiva, non sempre controbatte, date le circostanze. Non perde quasi mai però, anche se sembra che. Si sa, il vero vincitore si vede alla fine della guerra, le battaglie sono tappe intermedie per semplice gregari. Ad ogni buon conto, signori, eccovi Philip Marlowe, l’uomo che non deve chiedere mai, anzi, non gli chiedete niente che tanto non risponde, semmai, da solo, pensa e sono pensieri di una certa malinconica, cupa, esistenziale oscurità.. Come noto non sono particolarmente vorace e non mi abbuffo di narrativa di genere, specie se gialla ed affiliati, e benché mi manchi un classico intramontabile come Agata Christie, non disdegno incursioni, foriere di nuove avventure estetiche, anche se,dirò, in verità alla fine mi sono più congeniali coloro i quali sovvertono le tradizionali fondamenta di questo genere narrativo più coloro i quali ne sono riconosciuti ed indiscussi interpreti. Che ne so il vecchio Pennac ed il giovane “anziano” Lansdale sono due tipici esempi di quanto sto dicendo, anzi scrivendo. 



Marlowe, qui, si trova come al solito più solo ed appartato che mai, nella California del tipo American dream che fu e che non muore mai. Per Dna, da subito, appare una delle più semplici e lineari esemplificazioni letterarie del common people ma animato da sete di giustizia e da fame di avventura. Soccorre un ubriaco malmesso, Terry Lennox e benché assai riservato e ostile alle relazioni interpersonali, ne aiuta gli strani movimenti. Per fuggire in Messico. In un ambientazione elitaria ed hollywoodiana, fatta di magnati, affaristi,scrittori, attori di cinema, dimidiati fra il non avere scrupoli e l’essere affranti e foglie d’autunno quando soffia il vento e ci si stacca dagli alberi, un grande Gatsby quasi trent’anni dopo e con molto più intrisa intelaiatura dettata dalla natura del romanzo, il buon Marlowe viene investigato e diviene investigatore in quanto la dipartita di Lennox lascia una scia di sangue, la morte della adultera e in ogni molecola adulterata moglie, che per lei interceda e ci si faccia il segno della croce, amen. Marlowe, con fare sempre mediato e mediatico, compassato e talvolta addirittura teso a lambire il compassionevole, fra poliziotti ostili ed invidiosi della sua professione di investigatore privato, sorelle dagli aspetti quasi dark e da Dalia Nera (The Black Dahlia), romanzo del 1987 di James Ellroy, trasposto al cinema da De Palma e che a parte le connotazioni pulp ricorda orditi narrativi dello stile Chandler, si troverà non certo per caso ma per precisa scelta ad indagare, sospeso, diviso e talvolta quasi romanticamente confuso fra la morte del suo alcolico amico ed i misteriosi e dannosi intrecci alla “Uccelli di rovo”, mitica yankee’s novel, che paiono separati e contingenti dalla vicenda principale ma che poi alla fine sono telenovelici e intricati, dato che il suocero del Lennox è il classico lobbista statunitense capace di muovere affari e guerre impensabili Risultato di magia giallesca: tutto è indissolubilmente legato. Direi svampite e senza alcun lampo le donne, praticamente nell’intera narrazione le uniche che non riservano alcuna sorpresa o sorprendente, belle spesso quanto inutili e inutilizzate, anzi, utilizzate ma solo per. 

Buon giallo, con nerbo e non sempre sostenuto ritmo, ma l’indomito ed indomabile personaggio principale, dall’alto della sua assoluta ed invincibile perspicacia assolutamente logica e mai pacchiana come altri eroi del genere ( penso al buon indimenticabile signor Holmes, per dire) affastella e rende interessante una trama di per se quasi mai piccante o elettrificante ma condotta con sagacia sull’orlo di. Molte le inevitabili e doverose notazioni, anche per spiegare il successo e l’eternità che questo alfiere del genere giallistico- poliziesco ha ottenuto nel corso di decenni e fra poco di secoli. Ancora una volta trovo una certa malcelata cruenta descrizione dei messicani, infidi, sordidi, furbi e malavitosi. Lo fanno anche due scrittori lontanissimi far lui e fra loro come Lansdale e Macarthy ma soprattutto il secondo poi ha sempre la chiave di volta per non rendere il giudizio a senso unico. A dire che avendo conosciuto e parlato di recente con gente di quella nazione, ricambiano allo stesso modo gli yankee. Su quel confine e su quella forzata vicinanza corre e vibra da decenni una rabbia ed un odio che prima o poi metterà al centro delle cronache episodi ancor più inconfessabili di quelli ancora noti, evidenziando la innata aggressività e distruttività del genere umano. Al di là di ciò, che mi premeva sottolineare, diverse le parti più toccanti francamente di carattere smaccatamente personale, nel libro. Alcuni passi sul senso dell’amicizia e del tradimento della stessa sono certamente coinvolgenti. Marlowe non riesce a perdonarsi ed a perdonare la presunta morte e la incredibile presumibile rinascita del suo incredibile e fugace amico. Così come le denunce sul regime poliziesco o carcerario che a volte invece sono paladine difese di un sistema vengono innestate nella narrazione non certo per caso. Tuttavia in particolare si segnalano i numerosi passaggi dedicati alla malattia (che parte a volte come passione) per l’alcol.

Raymond, nato a Chicago, nel 1888 e morto nel 1959, ebbe il suo primo grande successo con Il grande sonno, del 1939, cui seguì il contratto come sceneggiatore con la Paramount. nel 1943. Scrisse nove romanzi, di cui uno incompiuto, e varie sceneggiature. Avverso al romanzo giallo tradizionale si distinse per prese di posizione sensate sulla architettura, lo sviluppo. la funzione di questa forma di letteratura. Dallo stile certo non impersonale ma nemmeno ricercato, Chandler è stato nel tempo rivalutato non solo come mero artigiano di genere ma come scrittore tout court, che impersona e personifica una determinata epoca sociale e letteraria ed in questo romanzo anche il suo personale dramma etilico diventa quasi personaggi, che umoreggia e fa rumore anche nei silenzi, sia nelle sue più sobrie qualità di semplice vizio che poi nelle sue devastanti e letali diramazioni di malattia, che annacqua (si fa per dire) diversi paragrafi e diversi personaggi come Marlowe, Lennox e Wade, uno scrittore, con la di natura commerciale, che però non disegna sdegnose e sdegnate lunghe tirate sulla letteratura e l'editoria che certo non possono non rappresentare l’idea dell’autore. Nel complesso cupo ed illuminate, malinconico e romantico nel senso più pieno e meno accettato del termine. Da leggere.
(Pubblicata anche su www.ciao.it il  31.05.2009)