mercoledì 27 novembre 2013

Mandami tanta vita (Paolo di Paolo)


Torino, anni venti del Novecento.
Mentre il regime fascista comincia ad imporre la dura legge della dittatura, Moraldo e Piero inseguono la propria vita o quello che pensano valga al pena di essere vissuto.Amore, idee e quant'altro.Ma non è facile essere sé stessi, in qualsiasi mondo, figuriamoci sotto un regime. 
Per opposti motivi si troveranno a Parigi e Moraldo, che nutre verso piero uan stima inconfessabile ed inconfessata, sarà ad un centimetro dal potergli finalmente parlare.
Recensione al brillante romanzo del trentenne Paolo di Paolo "Mandami tanta vita".

Tanta vita certo. Tanta enorme vita, di quella che è fatta così, parole, dirsi, amarsi, capirsi oppure lasciarsi, imbracciare lo scudo dell'addio, cose così. Quella che solo due persone in contatto possono trasmettersi. Quando capita. Non capita sempre però non per forza, nessuno obbliga nessuno. Tanto 

ardore, tanta voglia di avere, dare, non subire, non cedere, non perdere il proprio io, sebbene l’io sia confuso ancora, pieno di andate e di ritorni, perdite ed acquisti. La forza dei venti anni ed anche la debolezza, ci si sente idealmente di acciaio ma poi ci si scioglie come neve al sole. E in più la vita (e la morte) è una grande casualità, siamo agiti e non agenti, talvolta ci è concesso scegliere fra più possibilità, ma la imponente indeterminazione di cosa riserva il destino è una forza soverchiante.
Ecco perché forse Moraldo, giovane sognatore piuttosto apatico, una volta a Parigi si sente schiacciato dalla “infinità vanità del tutto” leopardiana. Quella insopprimibile forza contraria che tanto ci fa male, specie da giovani ed inesperti.Inseguire questa fotografa Carlotta, così sicura, fragile, imprevedibile ed inconquistabile è stata una pazzia, nata da quello scambio fortuito di valigie una volta arrivato a Torino per sostenere una sessione di esami universitari che da qualche tempo lo annoiano e lo perplimono. Ma non basta. Ci sono tanti dubbi, necessità. Specie da quando è venuto a contatto con quell’irriverente, passionale, ribelle studente di Piero, tempo prima. Specie quando poi ha scoperto la sua vocazione letteraria ed ha provato a proporsi non ottenendo alcuna risposta. Né sì, né no.Solo silenzio, quel silenzio che abita Torino, da quando Mussolini ha preso il potere nella assoluta e recalcitrante indifferenza di Moraldo, ragazzo di grandi idee, molta teoria e poca pratica, poveraccio.
Il ragazzo peraltro non sa che quel Piero cui deve molta ammirazione anche lui è a Parigi, costretto all’esilio per le sue idee. Il regime fascista infatti, siamo nel 1926, mal tollera anzi proprio non sopporta i libelli del ragazzo, la sua fervente e fremente attività di tipografo clandestino. E Pietro è stato costretto ad abbandonare sua moglie Ada e l’amato neonato di appena un mese. Nutre speranze di potersi organizzare e far trasferire la famiglia in terra francese, ma per ora i contatti si rivelano non sufficienti. E la sua salute peraltro si aggrava, non è proprio un modello di benessere, I polmoni sono malmessi, il sangue fiotta dalla bocca, la febbre lo accascia e lo debilita. E fa freddo, tanto freddo.

Certo, bisognerebbe mandargli tanta vita, anche perché lui ama esistere. Ma la vita è tante cose e mandarla qua e la a volte significa disperderla, fosse anche per un bel ideale
Tenero e malinconico, vigoroso,suadente e talvolta livido. Il breve romanzo del trentenne Di Paolo ha innumerevoli qualità, stilistiche e linguistiche. Certo, anche se moderato e confuse tra altre influenze ed accezioni personali, il modello pare Baricco. Un Baricco meno parolaio e più narratore, habemus sintesi. Anche perché l’abile parolaio torinese come narratore non pare di grande spessore, mentre qui vibra con ardore e calore la forza dell storia in sé, peraltro non del tutto inventata.

Piero infatti è Piero Gobetti, il giovane antifascista torinese che pagò a caro prezzo la sua ostentata intolleranza alla dittatura.


Interessante, molto interessante, al di là del contesto storico, per i molti umori che si respirano, per i molti ardori che trapelano, per i molti sapori che si assaggiano, per una scrittura viva, forse sin troppo, ma non sempre si può moderare il proprio estro ed il proprio spirito.

Pubblicata sul sito Ciao.it il 21.11.2013