domenica 23 marzo 2014

La grande sera (Giuseppe Pontiggia)


Non so perché Pontiggia sia praticamente scomparso dal panorama della lettura. Autore maniacale e metodico, dedito alla scrittura, di grande onestà intellettuale e di grandi capacità descrittive senza ammorbarci con lo psicologismo spinto. Nel romanzo “La grande sera, vincitore del premio Strega nel 1989, non appare speranza, non c’è sorriso, non c‘è luce, è un crepuscolare ed irrimediabile tramonto senza nemmeno troppo malinconici effetti da cartolina romantica anche postdatata. Un titolo azzeccato, dunque, stante ad indicare neanche troppo metaforicamente il preludio ad una notte dell’anima, con tutti i personaggi avviati verso la vecchiaia, alla disperata ricerca di un senso e di una direzione a volte blandendo una altra vita o radicali svolte che puntualmente rimangono irretite nelle paure a.

Assenze. Convergenze su quello che manca, è mancato, mancherà. E se non manca, deficita. Un lungo encomio sulla carenza. Affettiva, sentimentale, spirituale o semplicemente della volontà. Una accurata e quasi dissennatamente misurata illustrazione di una disfatta esistenziale, di un torpore languido e crudelmente asettico, ibrido, frigido.

Una decadenza non solo morale e non solo fisica, un marcire di sogni e velleità, in un’ aspra lotta che anima ogni protagonista tra quello che si è e quello che si voleva o credeva di essere.
L’uomo che non c‘era” si potrebbe intitolare la recensione, perché si tratta di una scomparsa. Un uomo, benestante, inafferrabile, dedito con sorda e virile bramosia al successo, scompare. Benché la vita gli sorrida , le donne si innamorino e gli affari vadano a gonfie vele. Suo fratello, la moglie, le amanti, i compagni di imprese più o meno losche, saranno gli estensori allora di un testamento. Più del loro che di quello dello scomparso. 
Il quadro che viene delineato infatti è  radicalmente marcato da un essere costantemente alla ricerca di una verità ultima, di un appiglio definitivo, di un’isola che non c’è o si vorrebbe che ci fosse.

Trattasi dunque di un’ accurata e mirabile dissertazione su un’assenza che però è fortemente presente e rende palpabili quelle rimosse o annichilite identità dimidiate e vilipese di tutti gli alti protagonisti, efferatamente deboli e dai tratti ridicoli per quanto quasi tutti dotati di una lucida e cinica autoconsapevolezza del deterioramento delle proprie presunte virtù e dei propri agognati e mai realmente inseguiti sogni. E la narrazione non intende celiare o tergiversare, con un’ironia dissacrante a volte dai tratti quasi crudeli, procede senza indugi o remore di sorta.
L’assenza dell’uomo scomparso allora diventa giocoforza uno specchio ed un fantasma con cui combattere, discutersi e discutere gli altri, assomigliare o divergere, emulare o denigrare.
Un romanzo riuscito, compatto, con abili e sapienti procedimenti mimetici, con il narratore che saggiamente lascia parlare i protagonisti senza mai intervenire, ma intessendo un ordito narrativo di rara e sobria eleganza.
Sotto la superficie, una quasi sadica riluttanza a compatire, nel senso più kunderiano del termine, i vari protagonisti, che vengono brillantemente illustrati in questa sorta di galleria narrativa, con un contesto sociologico che non rifiuta la contestualizzazione nell’era coeva alla narrazione, che riutilizza l’abusato anche se non forse totalmente usurato clichè del mondo alto borghese con uomini e donne immersi e quasi affogati nell’abbondanza. E’ comunque un romanzo d’interni, interni dell’anima e del pensiero, interni di appartamenti, pied-a -terre, uffici semibui dall’aria misteriosa e vagamente concupiscente, simboli di amori coltivati, illusi se non derisi fino alle estreme conseguenze.
Ne emerge una distillata ma non rarefatta esemplificazione di rapporti umani specie amorosi in particolare, tutti riletti alla luce di una visione pessimistica dell’essere umano, il quale peraltro è anche spesso ingannato o si autoinganna con la propria forma di comunicazione, il linguaggio, oggetto di acutissime pagine di riflessione, messo alla gogna e condannato per le sue intime aporie e dissoluzioni, per le sue ardite pretese che poi vengono costantemente rese impossibili dalla stessa natura di significati e significanti.

Prova insomma di uno spessore e di una incisività rare, nel panorama italiano degli anni ottanta, esempio della maturità stilistica e narrativa di Pontiggia, un narratore che  riprendendo una “antica” ed a mio parere azzeccata partitura elaborata da Moravia,  è più “scrittore” che “romanziere” in quanto abile inventore di uno stile, linguaggio e forma, più che confezionatore di una storia convincente ma in cui non emergono spiccate qualità di originalità e personalità letteraria. Ulteriore conferma di un talento epresso nella sua vita più volte, basti pensare a Il giocatore invisibile o a Vita di uomini non illustri.
Qui infatti notiamo una lingua non corposa ma solida e strutturata, esigente e stilizzata non con evoluzioni barocche o peripezie a carattere sintattico-grammaticale ma con una raffinata, lucida e fortemente voluta letterarietà, frutto e fulgido esempio della maniacale revisione posta in essere da Pontiggia dei propri testi, rarissimo se non unico autore che tornava costantemente sui suoi passi, come peraltro attesta la sua nota introduttiva a questa edizione   "rivista e corretta per oltre un anno".
La passione per l’etimologia delle parole, mai sconfinante nel mero ed irritante “accademismo” fine a sé stesso, il gusto per ossimori, paradossi e per la costante ricerca del quasi aforisma completano una connotazione autoriale credo di indubbia levatura.
Sorprendente la maturità raggiunta dall’autore, protagonista certo di brillanti successi editoriali ma che reputo francamente meritevole di ben più ampia condivisione, considerando che nell’arco della sua lunga attività seppe dare vigore stile e dignità alla scrittura senza mai perdersi nel banale o nel ripetitivo, seppur vincitore di vari premi e pubblicante per la maggiore casa editrice italiana.