mercoledì 30 aprile 2014

Gli sdraiati (Michele Serra)



Se per Nanni Balestrini "Gli invisibili" erano i protagonisti degli anni Settanta, se per Sandro Veronesi "Gli sfiorati" erano i pubescenti degli anni Ottanta, se a suo tempo Moravia parlò della sua generazione adottando l'etichetta di indifferenti, nel 2013 arriva Michele Serra e afferma che la generazione adolescenziale a noi coeva è etichettabile come "Gli sdraiati". Ipse dixit ovviamente.


Non vi aspettate un romanzo, perchè non lo è o lo è talmente poco che sarebbe da bocciare senza appello. Nemmeno un pamphlet ragionato o un breve saggio. Chiamamolo una sorta di tweet allungato, che giorni fa pomposamente il quotidiano La Repubblica affermava a tutta pagina come il romanzo più venduto del 2014. A parte il cattivo gusto di incensare un proprio giornalista, andiamo bene, ma proprio bene, in termini di lettura. "Gli sdraiati" è dunque un racconto esile, malamente stiracchiato e artificialmente rimaneggiato, dove insomma ci sono spunti brillanti, qualche trovata e poco più.

Risulta troppo evdiente una scrittura "io me la tiro", sin dall'inizio. Sensazioni da massimo un paragrafo allungate per due pagine, pezzi letti e visti più volte in film, varietà e ovunque (la madre esaurita al colloquio genitori per esempio). Tuttavia il nocciolo della questione è molto interessante, ovvero se la distanza fra generazioni sia solo tale oppure rappresenta l'inizio di un nuovo genere umano.  Insomma, se siamo di fronte all'ennesimo, banale scontato conflitto generazionale o stavolta ci troviamo di fronte semplicemente ad un vero e proprio gap, nel senso che sia in atto una evoluzione o involuzione totale, visto che i nuovi figli non hanno proprio nulla in comune con i loro padri, come se avessero iniziato altre ignote strade che comportano un irrimediabile baratro con i genitori. Argomento tutt'altro che frivolo, considerando le svolte epocali in termini di fruzione del tempo, percezione della realtà e capacità di relazionarsi indotte e alla fine comandate da cellulari, internet in generale e social network in particolare.
Alla soluzione del dilemma comunque poi piano piano Serra ci arriva da solo, almeno pare. I figli crescono, i padri invecchiano. Da una lontana e quasi totale simbiosi, nei casi felici, si arriva ad un distacco, che talvolta rimane tale, altre volte diventa un abisso.
E la parte amara dell'essere genitore, si può riassumere in una bella e forse cinica frase di Francis Scott Fitzgerald, scrittore che peraltro amo:
"Se mio figlio sarà un uomo migliore di me, un giorno verrà a dirmi:
--Papà, ti sbagliavi riguardo alla vita.
Possa io allora avere il buonsenso di rispondere:
--Buona fortuna e arrivederci. Prendi la tua strada, battiti strenuamente, e lasciami qui, in mezzo a tutte le cose sbagliate che ho amato."
.
Insomma un tema interessante, ma uno svolgimento fragile. Ammetto che la trovata della gita in montagna offerta in ogni modo dal padre al figlio sia quantomeno carina, il finale tutto sommato piacevole, ma il resto è mera operazione editoriale.


Io credo che non ci si possa inventare narratori. Puoi essere un bravo corsivista, aver fatto altre cose interessanti in vita tua, avere buone trovate e spirito critico, ma non per questo riesci a scrivere per forza bei romanzi.