sabato 17 maggio 2014

Di tutte le ricchezze (Stefano Benni)


E va bene, facciamo così, facciamoci del male. Martin è vecchio, anzi anziano. Vive da mezzo misantropo in un bosco quasi fatato, anzi, spiritato , dove gli animali parlano e danno saggi consigli. Ma la sua vita raminga e solitaria è sostenuta dal'orgoglio di quello che ha sbagliato tanto e spesso, lo sa ed allora si diverte a vedere gli altri sbagliare. In ogni caso il suo agonizzante disincanto è come rigenerante, anche se non sa cucinare è sempre sazio di ricordi e non vive di impossibili o passibili futuri, con filosofia, una certa acidità rancida e consueta.Verseggia in ogni dove, è un artistoide, Dio ce ne scampi e liberi di questi intellettuali alla ricerca dell'intelletto perduto. Peraltro è esempio della peggiore e fetida razza di tale genia, quella dei professori universitari in pensione con al fissa per un poeta estinto e maledetto del luogo, tal Catena, morto perlomeno male, con una vita un po' alla Dino Campana come tipo, anzi, pare proprio Dino anche se i suoi fasti, si fa per dire, furono in epoche lontane, a quanto pare. 




Poi nella abbandonata villa di fianco, guarda caso, arriva Michelle, che ricorda subito un passato fuoco ed il suo compagno sbevazzone, pittore frustrato ma con atteggiamenti da neo ricco postmoderno, Suv compreso, ci mancherebbe. E Martin rimembra ancora, anche se sessualmente oramai può solo dire e memorizzare, quanto a fare sarebbe complicato. Il bosco rimane animato, la gente intorno resta stralunata, il progresso sempre pù minaccioso e roboante e sempre alle porte, niente oramai è come prima, il prima del professore, un prima di sogni, bugie e qualcosa che, come si sa, si perde solamente. Si chiama tempo e passa, nessuno lo può fermare, recuperare, mettere in salamoia.


Una storia tra il malinconico e il sarcasmo, sempre presente ma talmente melenso che fa compassione. 

Una narrazione che insomma definire tale è una parola grossa. In realtà un monito a cogliere l'attimo e a vivere ed apprezzare intensamente quei piccoli o grandi momenti che meritano. Tanto durano poco comunque e sopravvalutarli o sottovalutarli non comporta alcun vantaggio. Bisogna viverli e lasciarli andare. In ogni caso,non ritornano. sta di fatto che durante la lettura ci si ubriaca di stereotipi malfatti, di scritture abusate, di battute prevedibili ed insomma, si galoppa verso una pochezza totale ed annichilente che sia chiama fine del libro.

E va bene, facciamoci del male. Stefano Benni, bolognese del 1947, rimane una delle mie passioni letterarie giovanili. Già questo dice tutto. Era un'altra epoca e lui era un altro scrittore. Non che lo ritenessi meglio di altri, insuperabile oppure perfetto. Mi piaceva, stava nelle mie corde. Poi l'ho perso, salvo ritrovarlo in "Saltatempo" (2001), romanzo brioso e frizzante. Degli altri letti dal 1990 in poi un pessimo ricordo, anzi peggio, fastidio ed irritazione. Ora, casomai me ne dimenticassi, Benni sforna un prodotto inutile, dove è più facile evidenziare quelle due o tre righe che si salvano o che magari meritano, perché tutto il resto è noia e pure mortale. 

Il solito punto di vista del personaggio contaminato dalla letteratura (Per dire nel relativamente antecedente "Achille piè veloce" era un consulente editoriale), solita varia umanità senza spessore o merito che vaga in queste lande italiote dai nomi di fantasia, poco fantasticare ma assai malinconico, il riuso di stilemi già sapientemente abusati venti anni prima. E della ricchezza lessicale, fantasiosa e compiacente, rimane solo una pallida eco. 

Senza contare l'inutile e talvolta francamente senza senso proliferare di auto-celebrazioni in versi, poesie su poesia che non poetizzano e non sono poesia, come una litania disagiata e disagevole quasi in ogni capitolo, a torturare il lettore senza nerbo, vita, piglio.


Peccato. "Terra!", "Baol", "Comici spaventati guerrieri" non avevano solidità e certezze narrative, ma erano spigliati, decorosi, nuovi ed irriverentemente malinconici, mai noiosi, semmai diversi. ora tutt'altro. Caro Benni, sarebbe meglio dedicarsi ad altro, magari al teatro, come apre tu faccia o semplicemente, se ne hai una, godere della pensione. 

Lo ritengo tuttora intelligente, originale e capace. Capisco oppure che come Martin debba avere da campare e non ha pensioni di invalidità oppure contributi pubblici. Ma sporcare così un passato se non eccelso perlomeno luminoso lascia comunque amaro in bocca e gli occhi increduli.