giovedì 15 maggio 2014

Ritornano le tigri della Malesia (Paco Ignacio Taibo II)


Sono oramai quasi in pensione i due ribelli e fratelli di sangue Yanez e Sandokan. Fieri del passato, ma anche dallo stesso gravati e quasi sconfitti. Succede, quando invece che all’alba, siamo al tramonto, ci sentivamo e siamo stati luce ma poi arriva per forza la notte, non c'è nulla da fare. Quante ne hanno fatte assieme. Perseguivano e combattevano la libertà e l’uguaglianza, in nome della propria terra che gli invasori stranieri, in particolare inglesi, volevano dominare.Saranno morti almeno dieci volte e puntualmente tutte e dieci sono resuscitati ed hanno sconfitto i loro nemici. Alla fine hanno perso, perché il mondo non è cambiato, anzi, sta peggiorando e la loro battaglia non è servita a nulla. Ma almeno ci hanno provato, eccome, ci hanno provato e ci sono riusciti per un po’.


Stavolta però non si gettano all’attacco, ma vengono semplicemente chiamati in causa. Non si può rimanere indifferenti al fatto che una sconcertante serie di fatti sanguinolenti avvengono nell’interno della jungla e vedono come vittime i dayaki che abitano la zona. I misteriosi accadimenti mettono sul chi vive i due più famosi, invincibili, eterni pirati della Malesia, regione sconfinata di isole, arcipelaghi, mare, monti e. Ma stavolta i nemici non sono i soliti arroganti, arruffoni e perdenti inglesi. E nemmeno i terribili e fanatici indiani della setta dei Thugs. No. Bensì una potentissima, avvolgente e sotterranea organizzazione, ricca di risorse e di uomini. Sandokan e Yanez non si spaventano, chiamano alla riscossa tutti i mitici vecchi amici sparsi per la Malesia. Tra un delirio filosofico, la citazione di un proverbio cinese, la visita ad un bordello e decine di agguati e scontri, eccole, sono tornate, le tigri della Malesia,i sovrani di Mompracem, quella che fu l’unica isola libera dell’intero arcipelago, una croce per gli invasori istranieri. 
Chi ha letto il mio primo libro, “Sconclusioni” sa ormai come e quanto sono stato suggestionato da Sandokan, come ci sono affezionato. Non sono l’unico, visto che l’epopea malesiana delle tigri di Mompracem ha affascinato milioni di lettori, di varie generazioni. In Italia poi un ben riuscito sceneggiato degli anni settanta ha marcato indelebilmente la memoria e l’emotività di molti di noi. La letteratura è anche ricordo, memoria, continuare a sperare. Paco Taibo, docente universitario e giornalista, di cui ho letto solo questo libro, conduce qui un’operazione intelligente, brillante e per niente retorica o formale. Riesce a dare forza e vigore salgariano alle pagine, senza però fare una pallida copia, inserendo qua e là delle piacevoli novità e varianti che rendono il romanzo originale e non pallida,pallosa imitazione di uno stile e di un genere che ha fatto non solo fortuna, ma epoca. Certo i due eroi principali appaiono non solo invecchiati e malinconici, ma anche più sboccati, quasi satrapi filosofeggianti ma nello stesso tempo colti, caustici, antimperialisti dalla testa ai piedi. Ma insomma. Rileggerli oggi, riscritti da un messicano, non può che fare piacere e ridargli lustro, quasi come una canzone cantata ad un recente festival di Sanremo, qui in Italia, dal monzese Van der Sfroos. Una parola infine per l’originale autore della saga di Sandokan e Yanez, Emilio Salgari. Costruì un mondo immaginario, seduto su una scrivania e al massimo illuminato dalla fioca luce di una candela o quasi. Non è un’immagine romantica tutt’altro. Il piemontese non visitò mai la Malesia e tanto meno era un abile navigatore. L’intera, maestosa e corposa opera fu frutto solo di letture in biblioteca e fantasia, come nella migliore tradizione artistica. Per i misteri della vita, morì suicida e poverissimo, nonostante abbia poi venduto in maniera sfrontata.E’ proprio vero quel che Paco Taibo dice nella lungimirante introduzione, mutuando una frase che credo sia imputabile a Oscar Wilde “Non è la letteratura che deve imitare la vita, è la vita che deve imitare la letteratura”. In fondo sarebbe tutto più facile e vi assicuro, ogni scrittore che meriti di chiamarsi così, nel suo intimo, ci crede veramente che sia possibile. Rimane il fatto che avere qualche sogno non guasta. Ed allora sì, mi piace pensare che Mompracem vivrà ed un giorno quella piccola, sperduta, immaginaria isola sarà la capitale del mondo. Perlomeno del mio mondo, se non del vostro.

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Pubblicata su ciao.it il 10.01.2012