martedì 24 giugno 2014

La metamorfosi (Franz Kafka)


In linea di massima siamo portati a pensare che dentro di noi non ci alcuna parte mostruosa o comunque non edificante e che invece magari questo problema riguarda il prossimo. Sono gli altri, sempre e comunque, ad essere magari bestiali o capaci di bestialità.
 Tipico dell'essere umano è evitare lo specchio e dilettarsi nel deridere gli aspetti altrui. Ma provate a pensare quante volte l'esteriorità arriva a dirigere i percorsi di una esistenza, provate solo ad immaginare cosa significhi che non sempre l'aspetto fisico corrisponda per forza a quello psichico ed interiore. L'apparenza inganna, si dice, ma tronfia e loffia vince sempre, specie qui da noi, popolo massmediatico ed affamato di futilità evanescenti, di quello che si dimentica, più che di sostanza. Non venitemi a dire che siamo eccezioni, che io, tu, voi no, non commettiamo peccato. L'eccezione conferma la regola. 





Il racconto lungo di Franz Kafka, "La metamorfosi" è probabilmente uno dei testi più inquietanti e a loro modo emblematici della letteratura di primo novecento, una narrativa inquieta, irrequieta, ansiosa di mettere a nudo il fatto che no, non siamo perfetti, non decidiamo affatto deterministicamente il nostro destino, anzi, siamo decisi, che ci vada bene oppure no, tocca a noi solo evitare gli effetti sconvenienti di cause che sembrano ieratiche ed intangibili. Anche se, che diamine, la società si sta evolvendo, ma non sempre l'evoluzione è miglioramento. Uscito la prima volta nel 1916 su una rivista, la storia dagli aspetti rivoltanti della metamorfosi del ligio e rispettoso impiegato Samsa, diventa subito un simbolo di un miliardo di significati, che certo non ho intenzione di spiegarvi o riassumervi. Ma il povero Gregor, tipico succube di una famiglia patriarcale e gretta, afflitta da problemi economici, un giorno suo malgrado si sveglia e non certo per l'uso od abuso di acido lisergico, si trova tramutato in scarafaggio. Non pare una punizione divina e nemmeno, si dice, l'ingerimento di uno yogurt scaduto o un medicinale a basso costo a comportare la terribile vicenda. Bensì il tutto viene dettagliatamente riportato come un evento normale, il sole sorge e tramonta e Gregor non ha più sembianze umane ma di insetto, un accadimento che diviene però una condanna terribile. Gregor certo dovrà adattarsi, non senza terribili sforzi mentali e fisici, a convivere con il suo corpo così sconvenientemente mutato, ma sarà il resto del mondo, dalla famiglia ai datori di lavoro, a non accettare assolutamente che egli, pur umanamente pensando, possa avere la benché minima speranza di essere comunque Gregor, di fronte agli altri. Egli ha un aspetto ripugnante, ergo, deve essere nascosto se non malmenato, offeso, distrutto.
Tutto questo per come si mostra e badate bene, non per come si comporta.
L'apparenza diviene sostanza. Anche la dolce sorella Greta, dapprima l'unica a cercare il contatto che femminilmente intuisce come possibile, viene forzatamente dirottata verso altri lidi e futuri ed il destino di Gregor sarà quello di cui si ha più paura: una eternità di solitudine e di coattiva avversione da parte di tutti.
Non starò qui, per ora, a dilungarmi sul ruolo fondamentale che Kafka ed altri narratori, affiancati ora a questa o quella corrente, abbiano avuto nel cercare di sensibilizzare o destabilizzare le coscienze europee dell'inizio del secolo scorso. Né credo sia il caso di ricordarne le opere, ancora oggi di una drammatica, insensata ed allucinate attualità (Un esempio:Il processo , dove un uomo viene messo in carcere per un delitto che lui non ha commesso e che nessuno è in grado di comunicargli dove come perché oppure Il castello, dove un agrimensore viene chiamato a lavorare in un posto dove nessuno ha bisogno di lui e dove oscuri governanti governano la sua inutilità, a prescindere). Al di là dei gusti personali, sempre da rispettare, Franz Kafka, morto precocemente e devastato da un rapporto con il padre e le donne a dir poco surreale, rimane uno dei più sensibili interpreti di una costante che ormai ha investito il novecento inondando i nostri tempi. Non si tratta di essere adatti, o in-adattati, semplicemente il mondo ci disadatta, con le sue ferree ed illogiche regole, meccaniche ed ottuse, che da secoli durano e che da secoli ci portano ad una sconclusione: tutte le cose iniziano per finire.

E la letteratura, per ora insieme a poche altre arti, la chiave per aprire queste arrugginite serrature e farci respirare un po' più liberi.