lunedì 23 giugno 2014

Le domande di Brian (David Nicholls)


Forever young? Magari ! Oppure meglio di no?
Sono giorni importanti per Brian Jackson. Sta arrivando la svolta. Deve andare a Bristol, all'università. Siamo nel 1985. I magici, lontani anni ottanta di tanti di noi. Musica, bambagia e mondo che cambia. Ed è un momento cruciale, topico, per un riflessivo e timido ragazzo di provincia, orfano di padre. Brian ha quasi diciannove anni. Se li sente tutti addosso e si pone frequenti interrogativi. Chi sono, cosa faccio, dove andrò. E non si commuove all'idea che la madre piange mentre prepara le valigie. Non è crudeltà, ma distacco dal cordone ombelicale. Poi, per lei, solo epatica indifferenza, ché da quando è morto il marito ha allevato l'unico figlio maschio tirandosi su con il whisky. 



Come molti suoi coetanei, Brian finora ha dilapidato tonnellate di tempo ubriacandosi al pub e sognando amori impossibili sulle note romantiche della sua amata cantante Kate Bush. Pop di classe, ma pur sempre distanze dalle nuove manie trendy, dai dark ai metallari al gothic. Spencer e Tone, i suoi compagni di bagordi, lo trattano sempre come un diverso, oltre che un fighettone, borghese, mollaccione. Perché loro gli studi li hanno mollati e vivono gioventù abbastanza sbrucciacchiate, in fin dei conti inutili, dagli aspetti sterili e dagli ideali sterilizzati. Come è difficile crescere. E' più facile avvizzire, impallidire. Crescita è sostanzialmente diminuzione, sottrazione. Di anni, sogni speranze, illusioni. Con qualche abbaglio e qualche barbaglio, ci mancherebbe, mica è sempre subito sera. “Ci sono cose che un uomo di diciannove anni come il sottoscritto dovrebbe aver ragionevolmente aver già sperimentato”. Già. Ansie, turbe, tremori, rumori. Ormoni. Un panorama tipicamente post puberale, con tanto di esistenzialismi precoci e divagazioni morbose. Ed eccola allora l'avventura al college. Compagni talvolta mostruosamente ridicoli, ordinari, oppure belli, sempre a loro agio. Ragazzi distanti da lui anni luce con cui non lega. E nemmeno si sente legato, peraltro. E poi le donne. La bella, bellissima ed irrefrenabile Alice, ricca, solare, spigliata, sessualmente attiva. E la tumultuosa, problematica politicamente impegnata Rebecca. Ed in più il sogno di andare in televisione, con una squadra di quattro persone, al famoso gioco a quiz “University challenge”. Perché Brian è tanto goffo quanto bravo a rispondere a quesiti strampalati. Ha una memoria di ferro, una discreta cultura. Le uniche domande a cui sa rispondere più degli altri sono quelle nozionistiche e assurde dei giochi a premi. Ecco, tipicamente giovanile anche questo. Molto anni ottanta e molto british (ovviamente, vista la nazionalità dell'autore) “Le domande di Brian”, uscito in Inghilterra nel 2003 è un buon romanzo che però ha dei limiti. Limiti strutturali, con l'andamento spesso impacciato come il protagonista e le eccessive digressioni per arrivare alla battuta condita di tipico humour inglese. Questioni di gusti, scelte stilistiche non condivisibili. Anche se alla fine il racconto è godibile, nel suo complesso, come tutti quelli che parlano di un'età per me, ahimé, oramai andata. Passa il tempo. Se non ti cambia, alal fine ti invecchia, è inevitabile. Niente giovane Holden però, perchè Nicholls, l'autore, punta più sulla tormentata inquietudine che sulla avventura e la giocosità ribelle. Nicholls è del 1966. ha scritto per la televisione adattamenti di classici letterari. che vengono definiti brillanti e riusciti. Questo è il primo dei suoi tre romanzi. L'ultimo, “Un giorno”, uscito nel 2009, lo ha consacrato e fatto conoscere al mondo, diventando il suo primo successo oltremanica. Il punto di riferimento è Hornby, non v'è dubbio, che purtuttavia appare più agile, scanzonato, brillante. E meno aleatorio nel tratteggiare precise classi sociali. Perché certo, almeno in questo romanzo, la prospettiva di approfondimento socio-politico manca del tutto di nerbo,di sostanza. Appare solo una gioventù che si dimena fra il divertimento, lo sballo, l'incertezza e basta. Inconsistente, evanescente, turbata o folle. Come tutte el gioventù. Indipendentemente dal ceto sociale. Non siamo certo di fronte ad un Coe, dunque. Comunque è evidente che l'autore abbia doti narrative specie nel delineare personaggi senza naufragare nello stereotipo o nel didascalico, sono dotati tutti di una propria autonomia, vitalità, originalità. Sembrano corposi e veri, negli imbarazzi e negli slanci, nella mancanza di idee o nella vana ricerca di ideare vite, morti e quanto altro. Forever young, certo, come cantava Bob Dylan e tanti altri assieme a lui. Ma poi non è possibile, per niente. La giovinezza rimane quello che è. Bella quanto vuoi, magari, avventurosa, spensierata, sentimentale, travolgente magari. Ma rimane uno sprecare tempo pensando di averne sempre e comunque a sufficienza. E poi alla fine ti accorgi che non è così e capisci. Sei solo vecchio. Non è una condanna e nemmeno uno sbaglio. E' solo la vita, questa nostra incredibile, inconoscibile vita.

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Su ciao it 22.05.2011