mercoledì 4 giugno 2014

Romanzo criminale (Giancarlo De Cataldo)


Magari fosse solo fiction, invece è realtà ben narrata. Eccola qui Roma. Non quella del Colosseo, di Piazza san Pietro, di Trastevere. Qui c'è Roma dell'immaginario fantapolitico che putroppo si immagina bene, Roma padrona e ladrona, Roma capitale del meccanismo imperfetto e perverso che ha figliato questa Italia povera e confusa del 2000. "Quanto sei bbella, stamattina". E già, Roma capoccia del mondo infame, come cantava un Venditti che ormai non c'è più. Come ormai non c'è (quasi) più l'enigma della banda dellla Magliana, quattro "tossichelli" coatti che diventano padroni della Capitale. Roba davvero da romanzo, questo "Scarface" de noantri molto ben fatto.



E' stata una piacevole sopresa arrendermi alle ottime recensioni avute dal romanzo, che seppur lungo nelle sue seicento pagine non annoia e non può annoiare, specie per chi ha ancora voglia di affrontare la questione di quali fossero i padri occulti (o meno) di una società allo sbando morale come quell'italietta anni settanta, che viveva gli ultimi spasmi del sessantotto cercando di digerirli in fretta o di metterli ai margini del mondo perbene, mentre il partito comunista italiano si andava sdoganando piano piano nel tentativo quasi del tutto riuscito dei democristiani di inglobarlo nel potere per farne una costola attiva e non cancro rivoluzionario e rivoluzionante. In questo contesto un gruppetto di bori di periferia, dediti a una microcriminalità alla volemose bene, forse respirando quell'aria strana, decidono di fare il grande salto nella città dove tutto è possibile tranne che comandare da soli, perché essa stessa è il comando, il potere, il dominio.  La trama del libro così ricalca quella abbastanza nota di questa banda della Magliana, un lampo nel cielo fosco e irrespirabile della malavita caput mundi, fatta di droghe, ammazzamenti, processi deviati, con connessioni con la camorra, la mafia, la politica e i brigatisti rossi, impersonata da truci borgatari, popolani dandysti, malavitosi dal cuore d'oro e immigrati napoletani, e segue le cronache di quegli anni venendo sapientemente arricchita e resa romanzesca grazie ai ritratti narrativi dei tre capi storici della banda (Dandi, Libanese, il Freddo) e alle loro traversie morali e sentimentali, della donna di vita Patrizia convincente nel lucido squallore del suo voler non essere nulla tranne che oggetto del desiderio per incapacità congenita ad amare, e del commissario Scialoja, vero simbolo dell'italiano medio, idealista, combattente, ma poi in fin dei conti meschino, arrivista, triste, velleitario e compiacente funzionario dello stato-mostro.  

Lo scritto è piacevole, letterariamente parlando s'apprezzano dunque le vitalità meramente narrative di episodi già noti nonché il tentativo mimetico di stilizzare i personaggi anche attraverso inflessi dialettali per rendere ancor più realistica l'affastellata esposizione della complessa, variopinta, variegata vicenda. Questo "Scarface" de noantri, mosso da ragazzotti fatti con un pennello borgataro, tra coca e prostitute, servizi segreti e corruzione nei palazzi di giustizia tuttavia non scende a patti con modelli americani o comunque d'oltreconfine, e stavolta la deficienza di esterofilia partorisce un romanzo italiano che piace anche se non può estasiare, che interessa anche se non ammalia. Quando uno scrittore italiano decide di fare lo scrittore senza pagare pegno ai mali oscuri della nostra tradizione narrativa, spesso spezzata fra autoindulgenza ed eccessiva compiacenza allo straniero, che annaspa fra esagerato intimismo e il luogo comune con una sconcertante e reiterata facilità, specie nei generi di maggior consumo come questo, il prodotto riesce ad esser confenzionato entro canoni esteticamente soddisfacenti e stimola altresì qualche emozione, sia di brivido sia addirittura di sentimento. Insomma una storia scritta per essere letta come romanzo, dove il ritmo ha rare stonature ed i lirismi italici di maniera vengono prontamente recisi da scene di cruda azione criminale o giudiziaria, dove divampano interrogativi senza affogare il lettore in tortuose considerazioni soggettive.  
Senza trucco e senza inganno allora ci arrendiamo al già saputo, al già detto in merito alla questione, non ci sbattiamo troppo in considerazioni socio politiche e vorremmo tanto che fosse solo un romanzo d'azione, invece che una storia sorretta nelle sue architetture narrative da reali verbali di inchiesta e da reali inchieste retrocesse a meri verbali informativi, come tante, troppe, tutte le storie all'italiana, fatte di colpevoli a metà e di processi che finiscono in un altro processo fino all'eterna ed italica decorrenza dei termini. Si acuisce dunque quel desiderio non di giustiziare un colpevole, ma di chiudere una pagina della nostra storia per costruire e ricostruire, dove si può, dalle macerie di un passato troppo vicino e crollato su se stesso da cui però non riusciamo proprio ad uscire. Un romanzo per evadere dalla prigione della nostra impotenza, dunque. E buona evasione sia.

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Pubblicata su Ciao.it il  29 Novembre 2005