domenica 17 agosto 2014

La forza del passato (Sandro Veronesi)


 Onora il padre, si dice e si comanda. Anche la madre ma dai, questo è un altro discorso. Ma se il babbo tanto amato ti ha riempito ed ingolfato di bugie, dissimulando la propria attività lavorativa, segreta e fedifraga, svolta per l'intera esistenza, altro che onore, ti viene rabbia, furore, sudore. Anche un po' di curiosità, in verità. Siamo domande, quasi mai risposte, figuriamoci quando l'interrogativo riguarda chi ha collaborato in maniera decisiva a metterci su questo pazzo, scollato, scoglionato mondo. Insomma, bando alle ciance. 


Questo succede a Gianni Orzan, scrittore di fiabe, padre, marito, uomo comune per quanto possibile essere comune. Credeva di avere un certo tipo di padre ed invece ecco qua, ne ha uno che proprio non pensava e che per ora non capisce. Orzan era tipico, tipicamente corretto, a volte scorrettamente, abbastanza affermato ed insofferente quanto basta, uomo che aveva delle certezze friabili, degli egoismi agili, delle scontentezze fragili. Ma non aspettatevi una spy story, no. Questo è solo uno dei più riusciti romanzi di Sandro Veronesi, uno degli autori italiani a mio parere più continui e probabilmente significativi a cavallo tra vecchio e nuovo secolo,meritevole di laurea in narrativa honoris causa. Se non fosse che negli ultimi anni è stato vittima di un delirio misticheggiante ed ancestrale, dove ad efferati arzigogoli splatter, di sapore a volte tarantiniano, affianca mostruose digressioni apocalittiche, volte a mostrare ciò che non si mostra. 


Un guru, senza avere la televisione come amica e Fabio Volo come maestro. Oramai Veronesi pretende di cercare verità assolute invece di raccontare storie originali di personaggi comuni e ben costruiti. Ma pure questa è un'altra storia, torniamo al romanzo, che la forza del passato stavolta sia con noi e con questo libro uscito agli albori di questo nuovo secolo che per i quarantenni tanto nuovo non è. E non solo per loro. Non è un bel momento quindi, dicevo, per il "nostro" Orzan, il protagonista. La figura del padre, alla fine come in molti romanzi dell'autore toscano così importante, gli viene strappata e sgretolata in faccia da un anonimo tassista, in una fredda calda notte. O anche solo fredda, visto che la verità offerta è gelida, raffredda ogni entusiasmo e scuote un esistenza passabile e passata come il pomodoro, forse con sapore, ma destinata comunque a qualche sugo anonimo di periferia esistenziale. L'uomo che fu il padre di Orzan infatti,a detta del novello sconosciuto confessore, era un agente segreto del Kgb. E neanche di seconda fascia, anzi.Altro che coccole e corse a perdifiato, papà passami la palla, papà che cosa vuol dire "cazzo", papà dimmi dove mamma è andata. Una spia con i fiocchi. Per l'autore di fiabe, questa non è una favola. Assolutamente. Diventa Orzan nel paese delle non-meraviglie. Il lieto fine appare alquanto inquinato. Ad un certo punto ti accorgi che tutti giocano lo stesso gioco. Che ognuno, anzi tutti, nessuno escluso, pratica la bugia e la dissimulazione, perché non se ne può fare a meno. Il perché non esiste. Semplicemente è una rigorosa verità, stolida e solida calata dall'alto che ti tocca accettare, spia o non spia. E che tanti solidi edifici che costruiscono la città della tua vita tranquilla sono castelli di carta spazzati via da un vento dispettoso, improvviso e cattivo. Soprattutto invincibile. Ecco. O alzi le vele e ti metti a favore di questa bora fastidiosa che soffia oppure vieni spazzato via e centrifugato chissà dove. Niente sarà come prima. o sarà più di prima in maniera meno friabile, meno soggetta ad aggressioni degli eventi che dimostrano sempre come noi umani più che cause siamo agenti, punto. 


Povero Orzan. ma bravo Veronesi. Con la sua ricetta semplice eppure ricercata, l'ennesimo affresco che ti aspetti o non ti aspetti, ma comunque è congegnato bene, il romanzo vale, credo, quando è un tutto dove ogni singola parte fa funzionare il complesso meccanismo di un pattern narrativo. Forse punto di svolta, momento di riflessione o invece mera esigenza di dare sfogo ad alcune necessità impellenti, di plasmare finalmente e riversare sulla pagina bianca quelle nemmeno velate velleità autobiografiche che sembrano fare capolino nelle precedenti pagine di Sandro (perdonami l'appellativo di comunanza, ma ci conosciamo, almeno come rapporto autore-lettore). Siamo o non siamo, quello che appare non è. A ncora vigorosi riferimenti alla musica, quella anni Ottanta,quella che era bambagia, sound per il futuro che poi futuro non è stato, anche quella degli Smiths. Oppure come sempre in Veronesi, l'improvvisa luce, che si accende tra pagine tutto sommato lineari e levigate, una spia della sua cifra autoriale, stavolta l'innocente, apparentemente inutile e lì per lì diciamo immotivata, inaspettata confessione dell'amore per uno scrittore middle-cult, minimale, venditore ma di nicchia come Bassani. al fine di fuorviare definitivamente, visto che tutto sommato la narrazione è imperniata su uno scrittore, anche se per bambini, ecco Beckett anche, in "Finale di partita". Importante ragionare eventualmente trarre conclusioni sul ritratto (autoritratto nel caso) fatto dall'io narrante sul proprio mestiere di scrittore per bambini (saccheggia storie altrui, da adulti, per tradurle al suo pubblico puerile nel senso buono del termine) interessante per eventualmente arrivare, un giorno, a definire delimitare, connotare la poetica che sottende la scrittura. Scrittore per tutte le stagioni, perché tanto, ai suoi tempi d'oro che speriamo tornino, non era né inverno né estate, semplicemente scrittore. Anche qui, come in altri casi (i giovanili "Per dove parte questo treno allegro" e "Gli sfiorati", il maturo misurato e solido "Caos calmo", tutti recensiti) Veronesi propone il vecchio, saggio sapiente dosaggio degli ingredienti narratologici classici ed un tocco stilistico che fa capolino a tratti, senza invadere ma nemmeno senza essere assente oppure impalpabile.


Su ciao it il 22.04.2012