martedì 23 settembre 2014

Morte di un commesso viaggiatore (Arthur Miller)


Willy é granitico, roccioso, insomma non si sgretola. Anche se la sua ferma, solida fiducia denuncia vistose infiltrazioni che la realtà dei fatti fa sgorgare copiosamente neanche in maniera tanto sotterranea, anzi i rivoli si fanno torrenti di delusione e rammarico e incerto futuro. 
Willy è stanco, ha macinato chilometri, non sempre gli acquirenti mantengono le promesse, ma che vuoi farci, così è la vita, lui vende, tutto dipende da chi compra ed anzi, da chi lui riesce ad invogliare a comprare. Decenni di onorata carriera, ormai sta arrivando il momento di appendere le scarpe al chiodo, anzi, le chiavi della macchina, per finalmente lavorare stando seduto, che diamine. 
Willy insomma ha poco da rimproverarsi, almeno questo ci racconta e si racconta. Anche se come tutti ha qualche rimorso, qualche rimuginio, per tutti è così, magari tutto filasse liscio come l'olio. 




Ma ogni suo cruccio alla fine, può essere addolcito e quasi fugato dalla sua famiglia. Perché ha una famiglia, una moglie due figli. Cui lui ha dato tutto. O almeno pensa, anzi crede fortemente, lo dice anche al fortunato fratello Ben, nei suoi consueti vaneggiamenti in stato di quasi tranche semi incosciente, dove sospende il fluire del presente e si reca da solo in un non luogo, a cercare paterne o fraterne rassicurazioni, che mica può sempre tenere botta. 
D'altronde quel fratello ha fatto milioni, con l'oro ed i diamanti, Willy allora non lo seguì, preferì diventare venditore, pensava che sarebbe riuscito lo stesso a.
Willy Loman si avvicina alla vecchiaia, ma le sue speranze ancora crescono giovani, si nutrono di attimi, si bevono ancora sensazioni che tutto andrà bene, tutto andrà, la sua ditta gli deve riconoscenza, la sua famiglia gratitudine, invecchierà felice. Willy è convinto che alla fine la sua è una famiglia modello, anzi ancora meglio di qualsiasi modello, nonostante tutto. Ecco, appunto, nonostante tutto. 

Perché i modelli a volte svelano risvolti impensabili, si sfaldano, si sciolgono come neve al sole, sotto il calore infaticabile ed impietoso della vita reale. 

Certo il promettente figlio Biff, sportivamente sempre sugli allori in età scolastica, alla fine quel maledetto diploma non l'ha preso, nonostante i successi sportivi magnificati continuamente dal padre. Da anni vivacchia, parassitando qua e là come un'ameba senza scrupoli, nelle lontane terre dell'est, a fare il contadino, senza cavare un ragno dal buco. E no, poi, non si prendono, col padre, anzi. Discutono, litigano, ridiscutono di nuovo e nessuno si smuove dalle proprie posizioni e cerca di smussare i rancori e le incomprensioni accumulate negli anni. 

L'altro figlio Happy, tra il vanesio e il Peter Pan, da cui il soprannome, meno vigoria nel fisico, ha certo un lavoro, ma sperpera denaro, energie e tempo per le donne, una dopo l'altra, senza passione, solo episodi di toccata e fuga, sciapi e vanagloriosi, da raccontare, agli amici ed al fratello, senza un futuro od un coinvolgimento, una sorta di sex-machine che non aspira ad altro. 

E la moglie oltre a fare il ragioniere, a ricordare le scadenze della bolletta o del mutuo, certo di più non può fare. Classica donna di bassa middle class, dedizione, affetto, ma scarsa incidenza. Si preoccupa ma non agisce, agisce ma senza cambiare il corso delle cose
E non c'è amicizia che tenga, meritocrazia che legittima, vendita ottenuta che possa comprare la serenità, che possa ripagare la vana speranza in un futuro migliore, più idilliaco che tenebroso, ossessionante, livido. 

Ce la farà Willy? Potrà reggere il peso del drammatico incedere degli eventi, in un momento in cui anche la più remota disgrazia sembra invece materializzarsi, quasi si fosse in una caduta verso l'abisso? Ha la rettitudine caratteriale, morale, nervosa per reggere, lui che già attacca ogni sera un tubo del gas in cantina per respirare ciò che toglie il respiro per sempre e la famiglia sa, ma fa finta di non sapere? 
Le tenebre dell'america. L'arrivismo, lo scontro generazionale, la perdita di qualunque ideale: una tragedia certo, impietosa e sfacciata. Willy Loman non è illuso ma nemmeno disilluso. semplicemente, lentamente, senza possibilità di scampo o di tornare indietro, un giorno apre l'armadio della propria vita e ci trova il cimitero delle sue aspettative, con tutti i suoi sogni che sono stati lasciati morire senza nemmeno una degna sepoltura.


Andata per la prima volta in scena nell'ormai (ahimé) lontano 1949, questa drammatica piece teatrale è di Arthur Miller, newyorkese del 1915, parco drammaturgo, autore di soli cinque testi ma tutti memorabili e di cui questo forse rappresenta l'apice,  perché se non altro è entrato nell'immaginario collettivo ed ancora oggi può essere di una sua drammatica, claustrofobica attualità. 
L'autore fu noto alle cronache anche per il burrascoso matrimonio con la star universale Marilyn Monroe, durato cinque anni e finito poco prima della tragica morte della vamp per eccellenza. Di recente, all'indomani della sua morte nel 2005, è stato reso noto un fatto poco edificante della sua vita privata. Nel corso del suo secondo matrimonio ebbe un figlio che ripudiò, in quanto affetto dalla sindrome di down, salvo poi correggersi tardivamente, in punto di morte. In ogni caso, a parte il gossip, questo testo teatrale è diventato col tempo non solo un cult, ma un punto di riferimento, sottoposto e vivisezionato chirurgicamente dalle più accurate e variegate letture interpretative, da quella psicoanalitica a quella marxista. 
Fu, a mia memoria, oggetto per la sceneggiatura di due film, di cui il secondo (1985) vide protagonista un attore che amo, Dustin Hoffmann, di certo uno di quelli che nella sua carriera non ha lesinato interpretazioni di diverso registro ma di incomparabile valore. 
Di certo nella sua secca ridondanza, nella sua quasi spettrale perseveranza dell'inevitabile, rappresentò allora un duro colpo ai magniloquenti e quasi sbrodolanti ed autoreferenziali autoincensamenti che gli Usa, vincitori incontrastati di una guerra combattuta su suoli stranieri, celebravano trionfalisticamente. 

Il mito del progresso tourt court, della vittoria, della selezione (in)naturale che la società statunitense operava allora ( forse se non ad oggi a ieri), la disperazione sorda e cieca di non arrivare dove a tutti sembrava (ma non si poteva) dover arrivare, non è solo chiara e limpida, ma tremenda e atroce, quasi un monito. 
Testo teatrale dunque, ma perfettamente godibile come racconto, che in ogni caso vale la pena di vedere rappresentato da una compagnia che sappia saggiamente misurare eventuali rivendicazioni politiche, questo per fruire la sua tetra, tragica attualità fatta di parole che scudisciano aspirazioni e sentimenti senza alcuna remora