mercoledì 19 novembre 2014

L'uomo dai cerchi azzurri (Fred Vargas)

Lui si chiama  Jean-Baptiste Adamsberg. Il classico commissario tenero e  tenebroso al contempo, con illustri ed ormai acclarati precedenti. Distaccato, intellettualoide, scontroso, malinconico, devastante con le donne ma con un amore che sfugge, perché Camille è andata via e rappresenta la chimera che alloggia in ognuno di noi. I suoi colleghi sono tratteggiati ma come se dipinti, instabili e ieratici allo stesso tempo. L'intrigo è oscuro e fantasioso, qualcuno dipinge cerchi azzurri sui marciapiedi, evidenziando al centro del disegno oggetti strambi, quasi inutili e scrivendo una frase quasi esoterica, "Victor, malasorte, il domani è alle porte". Poi però il gioco si fa duro e compare un cadavere all'interno del cerchio, come Adamsberg oscuramente presagiva. Emblematico, contemporaneo, talvolta al limite dell'onirico, più che giallo, bello.


Se lo sentiva, il commissario, ci sarebbe stato un omicidio. Lo diceva sempre al suo alcolizzato alterego Danglard, uomo solo, con quattro figli sulle spalle, estremo ragionatore a vuoto, che impersona l'impossibilità dell'intelletto a razionalizzare il tutto, perché alla fine la storia è un elogio dell'istinto, dell'indistinto, del indefinito. Ciò che ha reale significato, come nei gialli classici, ma qui anche psicologicamente parlando, è il particolare anonimo, la vera essenza, non il materiale ed evidente contorno, insignificante quanto sostanzioso .
Poca violenza, molte idee, nessuna traccia di splatter, sangue commisurato alle mere esigenze narrative, passaggi psicologici a volte anche di morbosa densità. Una scrittura lucida, direi sincopata, dal ritmo e dalla struttura altalenante, ma senza vortici, avvolgente e  nello stesso tempo perturbante, se vogliamo citare Freud. Un giallo come detto basato su alcune colonne portanti del genere, ma che poi si ossigena e ricrea con una penna ispirata e sapiente, che conduce in un buio accecante, nei meandri dell'anima, con inspiegabili comportamenti, quasi surreali e  kafkiani, descritti come il boemo in maniera lucida, razionale, quasi fossero la banale normalità del quotidiano. Basti pensare alla bella e ricca Mathilde, che si scoprirà essere madre dell'inarrivabile Camille, dedita per curiosità ad inseguire personaggi sconosciuti, oppure al cieco che odia i vedenti e se ne fa ciniche beffe per non deprimersi. La Vargas è rude ed impaziente come un uomo, accurata e analitica come i sogni di una donna. Una interessante ed originale sintesi di capacità creativa.

Dedicata a Francesca