venerdì 12 dicembre 2014

Fatti da parte (Ben Greenman)

Robert sta passando mesi difficili. Viene spesso assalito dal fantasma di tornare nel nulla. Realizzato un sogno, quello di diventare un artista celebrato e famoso, ora combatte la paura di non essere all'altezza di quanto conseguito. Rock Foxx, suo nome d'arte, ragazzo nero dalle umili origini, vive di musica sin dall'adolescenza. Non pensa ad altro, ogni santo secondo. Tutto è ritmo, sound, accordo, arrangiamento. Tenace e talentuoso, esibizionista quanto basta, ha coronato il suo desiderio impellente, è uno dei nomi più in voga in ambito musicale assieme alla sua band, in anni dove tutto sembra possibile. Siamo infatti negli Usa fine anni Sessanta.

La generazione del flower power imperversa in tutto il mondo, ma gli Usa recitano la parte del gigante.
Grandi nomi calcano i palchi di tutto il mondo. E la musica nera, quella che Foxx scrive e canta, sprizza vitalità ed energia e non nasconde, in taluni casi come il suo, anche un messaggio politico, di affrancamento dallo strisciante razzismo che aleggia negli States. Ma si sa, il mondo dello star system ha le sue crudeli ed innate regole. Provoca vertigini, ti nutre a forza di abusi, eccessi, deliri, ti mantiene di solito instabile, irascibile, in fin dei conti si approfitta delle tue debolezze quando nello stesso tempo ti culla e addormenta la tua personalità drogandoti col dorato mondo del successo. Chissà se l'amore di Bettie, una timida groupie che ora è moglie e madre di un suo figlio, potrà salvare Robert, renderlo meno schiavo degli schiaccianti meccanismi di quel mondo che tutti vogliono ma che poi difficilmente riescono a sopportare in toto.

Poteva essere decisamente meno iterativo e noioso questo romanzo di Ben Greenman, nato a Chicago nel 1969, giornalista musicale oltre che scrittore. Al di là delle scelte stilistiche, che risultano oltremodo pesanti e nell'insieme poco coerenti, l'impianto della storia naviga tra l'abuso di cliché abbastanza usurati (droga, sesso, paranoia et similia) tipici delle rockstar, e lo stillicidio dell'elenco di una serie impressionante e francamente logorroica di titoli e traduzioni di strofe di testi, tutt'altro che memorabili a mio parere, e peraltro noti solamente ai cultori di genere o ai protagonisti della musica nera di quegli anni. Risulta poi francamente indigesto l'affrontare in maniera così evidentemente non misurata tematiche di grande rilevanza come le rivendicazioni della popolazione di colore negli Usa di quegli anni, le logiche aberranti del mercato discografico, i dolori e i dubbi di un'artista, i meccanismi distruttivi del successo e della droga, le difficoltà di una storia d'amore normale, sincera, il crollo delle rivendicazioni traboccanti utopia della cosiddetta generazione del '68. Troppi cenni ed accenni, troppi personaggi che riempono le pagine ma risultano inconsistentemente tratteggiati.
Un minestrone che proprio l'autore non riesce a cuocere in maniera commestibile. Anche se va rilevato che a livello documentario il testo può essere definito certo confuso ma alla fine interessante, pur nelle evidenziate debolezze narrative.
Ragionandoci ma poi il successo è davvero questo Giano bifronte? Gli uomini di talento così fragili, deboli, a volte mestamente incapaci?. Più che altro mi son fatto l'idea che chi diviene una sorta di Dio di fronte alla gente, alla fine è uno di noi. E nessuno di noi è perfetto e tanto meno granitico. Ma come le sue qualità sono ampliate e riverberate perché ottiene consensi qualsiasi debolezza normale ed umana si amplifica sino ad assordare.