venerdì 27 febbraio 2015

La vedova scalza (Salvatore Niffoi)



Ho amato la Sardegna. Ho avuto la gente di conoscere gente forte, fiera e con un cuore enorme e il sacro dono dell'ospitalità. E come si sa ogni terra, specie se un'isola, ha dei suoi odori, una sua anima. E questo libro di Salvatore Niffoi, di qualche anno fa, premio Campiello nel 2006, sarà sempre e comunque legato a tutto questo. Terra dura, rocciosa, con il sole e poi la neve fino a tornare al sole. Una ciclicità terribilmente naturale, dove la miseria si tinge di nobile ma si sporca anche di bestialità. Non è naturale, ma è la Natura ha a farla da padrone. Quella Natura sporca e cattiva che, anche se con gioielli e condizioni agiate, domina le vite. Perché Lei sa, Lei può.
Noi siamo solo piccoli segnaposto di cartapesta che giochiamo ad andare avanti nel gioco dell'esistere, ma rimaniamo tali anche quando ci viene in mente di essere. Di più. Di diverso. Di continentale o isolano che sia. Questa in fondo, è la vita. Ma anche la morte. Insomma. Non fate domande. 
La Sardegna è un'isola. Spaccata dai raggi di sole, affascinata dalla luna, si dibatte fra gioia e dolore come una danzatrice di lap-dance. Questo è un romanzo tutto sardo, fitto di lancinanti canti isolani pieno di intromissioni in lingua che nessuno conosce, insomma un'opera con delle intenzioni. E, amici miei, dei risultati.


Divertimento, amore, sensazione, bacio sulle labbra e via andare. Nel 1930 non era possibile, in terra sarda, ma qualcuno c'ha provato.
Mintonia Savoccu è colei che ha ereditato dal nonno la mania di studiare e cercare di ordinare quella entropia schizofrenica che è la vita. Ama Micheddu, anarchico senza paura e senza futuro, destinato a male dalla nascita, come i raggi di sole che spezzano e si spiegazzano sulle poche pianure della sua terra. E' figlio di buona famiglia ma si darà alla macchia per istinto e destino.
Pieno di sé e allergico alla rigida gerarchia fascista dove egli è condannato a vivere , trangugia ricambiato molte sveltine che si spacciano per amore ed in realtà sono amore, sono semi per un venire tutto bene, per un vissero felici e contenti.
Ma qui abbiamo sassi che non rispondono alle leggi della fisica, qui ci sono pascoli denominati terre che si seccano o vengono invase, donne che reclamano uomini che latitano, oppure semplicemente accettano o mettono ragnatele dove qualunque invadente bestia possa essere impigliata, un sorta di marqueziana solitudine ma venata alla sarda, con voglia e anche sconfitte che vengono digerite senza colpo ferire, ma confidando nella vita. Abbiamo fiumi e torrenti che ingoiano innocenti, abbiamo una civiltà primitiva dove tutto è lasciato al destino, quasi fosse il vero padrone. Siamo negli anni trenta del scorso secolo, per favore, non dimenticatelo, fascismo e guerra imperano anche sulle isole più refrattarie. Ma ci sono vie di scampo, anche se così scampanti non sono. Sono semplicemente respiri di libertà.
Inebrianti e che durano lo spazio di un attimo. 

"L'abitudine a leggere e scrivere era diventata un'abitudine e lavorava per accorciarmi l'esistenza, come un tumore invisibile che ti scassa la testa e porta un terremoto nei pensieri".
Mintonia trova la sua via nella lettura, una poetica lettura fra stagioni che non ti si addicono, fra varie ed eventuali dicerie che ti assalgono perchè tu, Mintonia, ti sei data a quel pazzo di Micheddu.
Sarà un' impressione. Ma nella stessa struttura, oltre che nei significati torna Marquez, quello di "Cronaca di una morte annunciata", con inizio che è poi prologo alla fine, con il sapore aspro e sanguigno della vendetta "anema e core" che sottende e fuoriesce a tratti nella narrazione come insolubile e predestinata catarsi della vita della protagonista.

Niffoi mescola con sapiente misura la lingua sarda all'italiano, la sforzo di comprensione a volte è arduo per chi non ha gli elementi di base, ma questa iniezione di mimesi realistica rappresenta un'eccellente intelaiatura per questo racconto che si dipana tra realtà e fantasia, tra ricordo e presente, tra lettura e azione. E tanto per rimanere nel solco
"Un'altra maschera non serve a niente, complica solo le cose, rende amara la vita".

La vicenda attrae. Personaggi densi come vino e puri come l'acqua nelle loro dissolutezze. Micheddu, Itriedda Munisca , tziu Imbece, Centini. Tutta gente che vive e si solidifica nel testo.
"Morire senza vedere il mare è una cosa molto triste, perché uno s'immagina il mondo come una immensa crosta impestata da verruche di calcare e granito, con alberi, cespugli e case a condimento". E già, forse in quell'isola così bella tutto diventa così, o tutto allora diventava.
"Ci vorrebbe un'enciclopedia per ognuno di noi, perché siamo gente strana in terra strana...noi siamo zente che vuole istrumpare a terra il mondo e poi ci lasciamo futtire da magie e superstizioni...io ho imparato a capire la mia gente anche prima di leggerla sui libri di grazia Deledda"
Splendido romanzo. Lascia senza parole. Fatto di crude, arse ed inevitabili verità, di soliloqui in dialetto, strofe di canti ancestrali, tutto senza che ci sia una prigione che non permetta un'evasione dall'isola. Anche se quella lingua è difficile e quegli innesti dialettali sono di ardua comprensibilità.
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