martedì 21 luglio 2015

Brucia Troia (Sandro Veronesi)


Bruciano stilemi e convenzioni, connvizioni sociali. Fuoco, fiamme e lampi di genio fino a sfiorare gli abissi della pazzia più folle, barlumi di amori sospirati ma mai abbracciati, scintille di speranza, roghi di illusioni. Ma poi anche fumo che soffoca, cenere, caos. E vento. Dispersione, disillusione, disincanto, frana, rovina. Frantumi, macerie e nessuna ricomposizione possibile di un magico e fragile puzzle esistenziale.
Non c'è pace ma molta guerra interiore nelle anime turbolente e illividite che vivono nel santuario presso la collina, dove un prete visionario e quasi ferocemente religioso accudisce con poca grazia, assieme a sgraziate suore, orfani senza nome né madre, orfanotrofio più o meno regolare. 


E niente serenità, così pare, altrove, nemmeno in quelle anime (anime?) che si aggirano tra le lande bestiali e povere del quartiere del cantiere, sorta di ghetto che si nutre di espedienti furti e sfruttamento ai margini della città, che cresce languida ed impavida come una grassa matrona. E c'è vita, anelito a, sia che lo start sia di fuochi sacri che di istinto di sopravvivenza. Eccoci ordunque, più che in un girone infernale siamo al Purgatorio e il Paradiso però sembra davvero lontano, irraggiungibile, chimera delle chimere, aspirazione impraticabile anche se si pensa possibile.
E la storia è tutta qua, fra le vite che si scambiano tra questi due poli solo apparentemente antitetici e che invece paiono spesso, più che spesso, uno il completamento dell'altro.
Bambini che fuggono o ritornano per forza, deliri che vivono o muoiono, da queste parti, insomma, è un gran casino.
Scrittura vibrante, non urlata ma molto densa, desueta per chi conosce Veronesi. Qualche eccessiva ridondanza, finale più che ovvio, adeguatamente confezionato certo, ma gli epiloghi appaiono ineluttabili e di sapore preconfezionato, gli epitaffi quasi scaturiti per logica meccanica e aprioristica invece che esistenziale e poetica. Scritto in lunghi venti anni, soggetto a numerose e tormentate ristesure, "Brucia Troia" in larghe parti evidenzia la cifra autoriale di Veronesi, le sue spiccate ed ormai acclarate capacità di narratore, la sua non comune capacità indagatoria sui più nascosti antri psico- emotivi dei personaggi. Però.

Manca quella garbata indolenza e talvolta graffiante irriverenza che morbidamente emergeva a vivaci fiotti nelle letture dei suoi esordi narrativi, in epoche in cui perlomeno questo romanzo fu progettato se non per intero almeno in larga parte. Forse Veronesi ha ceduto dopo venti anni, ha voluto disfarsene quasi di getto, liberandosi di un peso. Se si volesse essere cattivi, magari anche per restare in scia al successo di pubblico ottenuto con Caos calmo. Ed eccolo dunque il Veronesi che non t'aspettavi, dal tono costantemente acceso, fortemente epico ed aulico, a farsi cantore di questa sorta di maledizione che aleggia a più livelli in quel lembo di terra così moderna eppure dai riverberi di sapore ancestrali, archetipici nel senso junghiano del termine.
Nulla più, allora, dei frizzi e lazzi di Per dove parte questo treno allegro oppure le composte scomposizioni di drammi familiari vissuti elegantemente, nessuna improvviso scatto di registro, unghiate sarcastiche che ad ogni improvvisato angolo di narrazione sorprende e diverte il lettore anche smaliziato in Gli sfiorati. Anzi anticipa stilemi da me poco apprezzati in XY.
Oddio succede. Chi non lo conosceva ne apprezzerà le.
Per chi lo ha letto, ne evidenzierà i.
Già dal titolo scelto probabilmente scelto con parsimoniosa ponderazione, si sceglie e si mantiene un registro ed un procedere che vuole convogliare al rappresentativo, all'icona di un significato ultimo su un certo mondo, si assurge al paradigmatico, alla parabola e non al parabolico,e la storia ne risente ampiamente, l'intero complesso appare didascalico, volutamente incastrata e solida nella sua tenebrosa volontà manifesta di esemplificare una dato, un'idea. Una sola, e senza scelte.
Vadano di per se i non luoghi geografici che però rappresentano tutti i luoghi del mondo, vada l'antitesi dai tratti violenti e sanguigni fra ricchi e poveri, ma il finale più che catartico come nella tragedia greca, più che epico o epicizzante, sfuma in dettagli di sapore cronachistico addirittura da polpettone gossipparo. E' evidente a questo punto che sarà necessario leggere "Caos calmo", per darsi punti di riferimento e comprendere ed eventualmente apprezzare gli sviluppi della narrativa del Veronesi attuale, certo non biasimando e bocciando in toto il vibrante "urlo e furore" vivido e livido che sottende l'opera analizzata e ne anima le pagine a discapito di quanto esposto. Vabbè Sandro, ci troviamo altrove ed un'altra volta.