martedì 28 luglio 2015

D'amore e d'ombra (Isabel Allende)


Cile, 1973. Per preservare il paese e salvare la popolazione da un fantomatico quanto ipotetico colpo di stato di matrice comunista, i militari occupano il potere con la forza e si insedia come leader-maximo e indiscutibile il generale Pinochet. Le riforme agrarie, oltre ad altre, dal punto di vista strategico-economico importanti, volute dal presidente socialista Allende, democraticamente eletto, vengono di colpo spazzate via. Si torna all'ordine, così dicono, ma vatti a fidare se invece semplicemente si restaura ciò che era smantellato ed insomma, non andava. Il Presidente Allende, negli scontri,muore. Per il Cile niente sarà come prima. O come dopo. Stavolta il contesto è più importante del testo, perché la storia d'amore è un mero espediente per raccontare una tragedia.




Perché infatti inizia quella che è una drastica, consumata ed efferata prassi di ogni dittatura: l’eliminazione coattiva degli oppositori e presunti tali, un rituale feroce che non prevede sconti o pietà, una macabra vendetta, se così si chiama. Come d‘uopo poi a quelle latitudini, tale barbaro ripristino dell’ordine precostituito si avvale del silenzio e della scomparsa improvvisa, danno vita alla drammatica saga del desaperacido, ovvero uomini donne e bambini finiti nel nulla, qui come altrove, Argentina per esempio (per farsi un'idea ottimo e crudele Le irregolari di Carlotto) .

E’ in questo cupo scenario che si dipana la trama del romanzo D’amore e ombra uscito negli anni Ottanta e scritto da Isabel Allende, parente del presidente già nominato e a suo modo costretta all'esilio in Europa nel 1975. Il pattern narrativo principale è costituito dalle avventure e dalla relazione che si instaura fra Francisco Leal e Irene Beltran. Lui figlio di emigranti spagnoli causa la dittatura franchista, tenebroso, pratico, passionale ma senza il piglio del conquistatore. Lei di estrazione privilegiata, voracemente curiosa, promessa sposa di un ufficiale, dedita al giornalismo e dal vestiario hippie, quasi a significare una inconciliabilità di fondo con la sua posizione sociale.

Attorno aleggiano e riecheggiano figure, tra il surreale e il parodistico, dal padre di Francisco, tanto rivoluzionario nelle parole quanto confuso ed


inesorabilmente sconfitto nei gesti. Poi la madre di Irene, che culla sogni di grandeur, che crede ciecamente nel regime e nelle sue rassicuranti protezioni, cupida, avida, aspirante borghese ma di natura sostanzialmente tetra e bigotta. Per mantenersi fisicamente in forma e permettersi qualche lusso, Beatriz ha creato un ospizio al primo piano della villa. I suoi ospiti sono certo malinconici nelle loro ossessioni e decrepite aspirazioni, ma esplodono in un tocco di colore talvolta fiabesco e catartico, nel corso del racconto, figure decisive. E poi la famiglia contadina dei Ranquileo, nelle sue forme e nei suoi contenuti il vero emblema della famiglia sudamericana agricola, retta da credenze, spirito famigliare, tenace ed ottuso fatalismo, un misto di magia e spirito vitale. Ed infine un mondo militare chiuso e gretto, sapientemente dipinto, apparentemente granitico ma che invece tende all’implosione ed allo sgretolamento, vuoi per coscienza civile vuoi per mere debolezze passionali o di carattere.
In questo variegato, composito mondo, molto vivo anche nelle sue dirompenti ombre, Francisco e Irene, quasi per gioco, vengono spinti a dipanare l’oscura matassa che ha portato alla scomparsa della quindicenne figlia dei Ranquileo, figlia peraltro non dello stesso sangue in quanto frutto di un grottesco scambio di nascituri in sala parto. La ragazza, preda di istanti da ecatombe biblica, dove tutto trema e il mondo smette di vivere, malata sin dalla tenera età senza alcuna cura, vuoi che sia colpa del diavolo, vuoi come si sussurra solo per un’imponderabile libidine di ormonale fattezze, all’improvviso, dopo aver malmenato un tenente che voleva arrestarla, sparisce. E ciascuna delle famiglie in gioco ne pagherà le conseguenze.

E’ ambizioso, dunque, il tentativo della Allende. Il romanzo infatti tenta (ma non riesce del tutto) di fondere il realismo magico, ovvero quella cifra stilistica tipica della narrativa sudamericana, dove fiaba, leggenda e realtà sono un unicum, con la cronaca della storia recente del proprio paese, il tutto innervato nella snervante ed un poco telenovelica storia d’amore fra Francisco e Irene. Una relazione che nelle descrizioni rigonfie di pathos perde smalto e vigore e sfiora impensabili apparentamenti con la peggiore letteratura rosa.
Questo forse il difetto principale, unito a un evidente squilibrio fra una lunga e tutto sommato godibile parte preparatoria ed un inspiegabile accelerazione finale, con il precipitare degli eventi. Verrebbe da dire, come mai Isabel? Vai a capire te. Le notazioni che dico significano che l'insieme non rende giustizia ad una delle prime regole che strutturano il romanzo perfetto: l’armonia e l’equilibrio far le parti ed il tutto. Quattro stelle però, nonostante i difetti. Parla, in certi momenti, di epoche e paesi diversi che hanno diversificato il corso della storia. Non pervenuto il film tratto dal romanzo, probabilmente a quanto leggo mieloso da far aumentare il diabete.


Su ciao.it il   09.05.2010