venerdì 31 luglio 2015

Storia della mia gente (Edoardo Nesi)


Un romanzo? Forse. Un saggio? Anche. C'era una volta un paese. Chiamato Italia e messo su, più o meno con la forza da una sola regione, il Piemonte. C'era poi una volta la Toscana. Questa era un'altra regione, che alcuni definiscono rossa, ma per milioni di persone è solo bella, ricca, affascinante. Dentro la regione c'era una città. Si chiamava Prato. E da qui nasce una storia. Triste, molto. La lettura è vietata ai minori, ai politicamente scorretti oppure orientati.
Edoardo Nesi è scrittore e giornalista, pratese del 1954, mette giù una storia come tante che riguarda la sua città, le sue convinzioni. Lo fa fa in maniera veloce e tutto sommato fatta bene, lo fa dopo che è successo tutto, dice quello che insomma si sapeva o si stava sapendo.


A Prato i toscani o chi per loro hanno sventolato bandiera bianca. il centro italiano per eccellenza dell'industria tessile oramai boccheggia, anzi, rantola. Sono arrivati i cinesi, l'artigianato, il manifatturato artigianale non c'è più. I cinesi sono tanti, irregolari, a basso costo e producono. È rabbia, sfogo, aria che si muove questo libro di Nesi. Nulla di nuovo sul fronte occidentale. Una esperienza dal vivo, di un fallimento. Un proprietario che cede, perché non ce la fa più. Senza mai denunciare l'avversario che proviene dal profondo est, ma dando la colpa ai tempi, allo Stato, a piove-governo-ladro. Il governo è anche opposizione, se l'autore non si è opposto, era al governo.Però niente preoccupazioni. Con tanti piagnistei, recriminazioni, ricordi dell'Italia anni Cinquanta che grazie a Dio è andata avanti, magari restando fuori dal ventunesimo secolo ma non impantanandosi nella preistoria. a metà novecento chi aveva voglia di lavorare lavorò, guadagnò e fece fortuna. Poi, dopo mezzo secolo le cose sono cambiate. Non basta essere amici di un assessore, avere voglia. Serve capacità e soprattutto uno Stato che sia tale. All'imprenditore resta poco. I soldi fatti e magari una decisione. Quella per cui quindi alla fine con rancore, declamato onore e senza sudare, se la cava con una vendita della fabbrica. Altri hanno perso il lavoro. Lui lo sa e non lo nasconde. Anzi si arrabbia, piange, grida.Vaglielo a spiegare agli altri, ai dipendenti.

Globalizzazione non fratellanza, anzi. È guerra, occupazione di spazi, accaparramento e sfruttamento di risorse dovunque esse siano. E solo le strutture forti, stabili possano resistere o comunque non crollare. L'Italia purtroppo è d'argilla, politicamente ed economicamente. Cosicché tradizionali settori lavorativi, fiore all'occhiello e nostro proprio vanto, piano piano scompaiono, assorbiti o spazzati via da imprenditorie aggressive e facoltose, come quella cinese, ad esempio.  

E ci si soffre, quando magari non ci si rovina. Inutile urlare che si brucia tutto. L'incendio covava sotto le cenere da anni. Qui c'era un sistema che non funzionava anche quando le industri tessili di Prato andavano alla grande oppure c'era il miracolo del Veneto-Friuli. Tutto in nero, tutto aleatorio.

Al di là dell'evidente faziosità dei contenuti, un libro che per chi non sa è necessario. A metà fra romanzo e narrativa. Un amaro ma non logorroico monologo, dove i tratti o i paragrafi sono misurati a scatti, tra l'anatema, il sarcasmo e l'inevitabile considerazione che tutta cambia affinché nulla cambi in meglio oramai.  

Appunti, nostalgia, ridondanza. Scritto bene. Ma senza soluzioni. Anzi, molti problemi. Non capisco come possa vincere un premio tradizionalmente riservato alla narrativa, ma si sa, sono legato a vecchie categorie, vecchi modi che in realtà sono più nuovi del nuovo.

Su ciao.it il 27.11.2012