giovedì 30 luglio 2015

Urlo e furore (William Faulkner)

Urlo.

Furore.

Dal fondo della propria anima, senza risparmio, senza veli, senza mediazione, senza.

Affidandosi all'estro, alla rabbia, alla disperazione. 
Non siamo in un vicolo cieco, siamo in una infernale, spietata, cinica, cruda, noir stairway to heaven della narrativa di ognitempo ed ognidove.
E' il 1929.

Un alcolizzato e depresso William Faulkner, imbianchino a cottimo e comunque spesso imbarcato in lavori di fortuna, semi esordiente, pubblica uno dei suoi capolavori.
Il mondo è distratto dal crollo della borsa in Wall Street, l'Italia festeggia i patti lateranensi, l'editoria si accaparra anche Hemingway che pubblica nello stesso anno "Addio alle armi". Ma il mondo della narrativa non solo resiste, ma si espande. La ricerca ( e se vogliamo l'ossessione) di questo scrittore della provincia americana si immola al mondo della creatività lanciando il suo grido. Di rabbia e di dolore. Ma.
Non solo.
C'è forza. Coraggio. Passione. Ricerca. C'è Letteratura. Elle maiuscola.
Sono in moto i muscoli del cervello, non aspettatavi un Atlante che sorreggerà il mondo, bensì una sinfonia in quattro tempi che affianca e preconizza il jazz classico dei tempi d'oro per suonare una polifonia che prende a spunto la tragedia greca.



E' un grido, un coltello nella piaga, una spada argentata che fende l'aria densa e immobile delle fierezze e delle ipocrisie di una nazione ormai in piena ascesa, che si crede metafisicamente al dì sopra, quasi un'anticamera per il Paradiso in terra e che paradossalmente inizia a non sapere che i suoi più acerrimi detrattori il sogno lo ubicano altrove, decretando ieraticamente che questo Eden dalle radici poco salde, anzi già fradice, è l'inferno.



Non c'è rabbia senza amore. 

Non c'è nulla senza amore. 

Questo è un disperato romanzo d'amore perché parla di odio, schiavitù, ribellione.
Da consigliare a chi ha amato, ama, amerà.

 Sapendo che solo un sottile confine lo separa dall'odio.

Yoknapatawph, la smalltown ombelico del mondo sudista statunitense che si pone  toponomasticamente parlando come "luogo" in realtà non esiste, ha la sua collocazione geografica nell'universo metafisico e letterario diFantasilandia. Un illustre esempio per capire è la Macondo di Marquez, ma qui siamo negli Stati Uniti e gli odori sono acri e violenti, non ciclici ed ammalianti, le città anche piccole sono disordine ed ambizione, non ostinazione e.dignità anche perversa

Qui abitano i Compson. Famiglia che esteriormente dovrebbe avere tutte i crismi e gli onori dell' american dream della middle class, ma che nei suoi recessi è schianto, è vertigine, è vortice, è Famiglia che nelle sue ancestrali follie, nelle sue cupe disperazioni è icona imparagonabile della famiglia americana del profondo sud.

Quattro capitoli dispiegati nel tempo, di quattro componenti della famiglia in diverse epoche temporali, quadri emblematici di un'unica, ineluttabile, invincibile realtà: la decadenza un menage familiare del sud dell'America, sud tenebroso di cui Faulkner è angosciato,impietoso interprete.
"Una storia di follia e di odio", come lo scrittore stesso ebbe a definirla, dove i nervi sono sempre tesi ma non sono d'acciaio, dove le anime non sono di plexiglass e non si plasmano, dannatamente ribelli agli altri e a sé stesse, sempre prede e mai cacciatrici, dove la giovane Caddy, nel ricordo dei suoi fratelli, è al tempo stesso presenza innocente e inquietante, amata e ingenerosa sorella nel suo cedere spassionato e poco politically correct alle mire di un uomo, madre senza maternità che abbandona la figlia al suo destino che non potrà essere altro che quello di ereditare i geni perversi, incoscienti e comunque vitali di chi l'ha messa al mondo.

Urlo,  furore, e dove dovrebbe esserci pace e riposo c'è inferno e squilibrio.
Grandi e piccoli ciechi egoismi, nobiltà d'animo solo di facciata che si sciolgono di fonte alle forze sorde del proprio egoismo, cinismo, turpi deformazioni della mente accerchiano e stringono d'assedio la vita e l'amore, ne mettono a nudo i lati oscuri e senza luce, ne fanno risplendere alla luce del sole il proprio buio, il proprio lato nascosto, turgido, violento e neanche a farlo apposta indifeso al tutto, indifeso ad arrestare gli eventi, ad eliminare i rancori, inabile a recidere incomprensioni e a saldare, inebetito per incollare i legami che si spezzano, a costringere a riunirsi i rapporti intrecciati che si vanno inesorabilmente slegando, impotente a non far spegnere i fuochi divampati che sia accendevano per scaldare il focolare domestico di casa Compson.
Non c'è pietà, in questo romanzo. Un affresco sulle parti dell'essere umano che nessuno vuol raccontare perché appunto sono urlo e furore. Ma non c'è amore, senza odio, è bene saperlo.


E così la tragedia si svela in quattro atti, e la chiusa, dopo i tre fratelli, come coro nella tragedia greca, è della serva negra Dilsey.

Poi.

Sette aprile 1928: c'è l 'urlo e il furore secondo Benjamin ovvero lo zio Maury, infermo di mente, dolce e svagato, tenero e impazzito e impaziente, curioso e ignaro di tutto, anche della notte perchè non riesce a spiegarsi il sonno, sogno e realtà fatto parola, il più poetico, il più prevedibile, il più naturale, il più sensitivo, fatto di pianto ed urla incomprensibili, avvolto e stravolto per la sua dolce passione per la sorellina Caddy, che ha il profumo degli alberi, esempio tra i più alti di equilibrio e sperimentazione letteraria, indimenticabile, un marchio a fuoco che segna la lettura del neofita come del navigato letterato.
Di seguito.

Due giugno 1910: urlo e furore di Quentin, ragazzo più che innamorato scandalosamente e senza lucida remora della sorella Caddy, che concupirà fino alla fine delle estreme e inevitabili conseguenze, per arrivare a rivelare la vera quintessenza di questo animo deturpato dal suo inconscio, dal suo sogno. Egli in realtà ama la morte e il suo appagante, definitivo, richiamo senza ritorno. 

A seguire

Sei aprile 1928: l'urlo e il furore villico e maschio di Jason, il fratello lavoratore, lo strozzino, il vigliacco punito dalla sua stessa miseria intellettuale e affettiva, emblema della forza bruta che s'abbrutisce e perde, sconfitta dalla sua cecità senza scampo.
Per chiudere.
Otto aprile 1928: urlo, furore pacato e saggio infine come chiusa memorabile della serva negra Dilsey, la compostezza e la lucidità della saggezza popolare di chi nato per soffrire riesce persino a compatire ed alleviare le sofferenze degli altri senza mai obliare il proprio ruolo sottomesso ma avendo in fondo al cuore, un ruolo catartico.
E nella successiva postuma (al romanzo) appendice Dilsey dirà "Resisterono".


Pietra miliare della narrativa contemporanea, il romanzo propone una varietà di riflessioni e conclusioni che lo dimensionano come sorta di Zahir di borgesiana memoria.

Stlisticamente aggredisce le strutture narratologiche tradizionali, con effrazioni temporali, con disseminazione congrua ma apparentemente illogica dello svolgimento continuoato e coordinato, con stile che si accavalla ed incrocia, quasi kamasutra dell'intreccio, ad ogni singolo capitolo.
Arduo da aderire, impossibile da non amare, per il vigore e la vigorìa.

Uscito nel periodo aureo della generazione  di scrittori statunitensi degli anni Trenta, quelli che imposero una corrente d'oltreoceano che fosse nazionale e non nazional-popolare, preceduto dal "Grande Gatsby" di Fitzgerald e seguito da "Fiesta" di Hemingway, la trilogia di Dos Passos,"Furore" di Steinbeck, difficile certo da seguire se non ci si lascia sedurre dal culto dell'opera d'arte e della scrittura, rappresenta la disintegrazione dell'american dream e la spietata analisi delle basi del razzismo senza indulgenze di sorta e senza militanza politica.