venerdì 27 novembre 2015

Canale Mussolini (Antonio Pennacchi)

Semplicemente un'opera immensa, quasi dalle sfumature bibliche: dal 1926, in nove anni furono impiegate ben 18.548.000 giornate-operaio, secondo Wikipedia. Di che parliamo? Della bonifica dell'agro pontino. Probabilmente una delle opere del recente passato di cui gli italiani tutti devono andare più fieri, anche se fu concepita e realizzata in tempi grami, dove c'era un regime e già si agitavano megalomani proclami per creare un impero che invece diverrà provincia, provincia del mondo, come è attualmente, ai nostri giorni. Allora, per inciso, come molti di voi sapranno, si era sotto la dittatura di Mussolini. E l' argomento principale del romanzo "Canale Mussolini", con toni talvolta epici che mai sfiorano il patetico, il melenso, il gossip o la mielosa e stucchevole retorica, è appunto una storia delle storie ordinariamente straordinarie di gente che quella avventura epocale la vissero, non solo come testimoni ma come protagonisti.


Protagonista assoluta, in primo piano, con sullo sfondo quanto prima riassunto, è la famiglia Peruzzi, classica famiglia contadina veneta di quegli anni. Mezzadri, cacciati malamente dal padrone delle terre coltivate e dunque ridotti sul lastrico, si affidano alla esuberanza ed al coraggio di zio Pericle, ammanicato col Fascio ma non succube, leader carismatico e condottiero della loro marcia sul Lazio. Una famiglia variegata e composita, con i vecchi ma ancor solidi genitori, i fratelli, le nuore, la nonna, il vero cardine del nucleo, memoria vivente e oracolo, una sorta di figura quasi marqueziana ma che col Sudamerica non c'entra nulla, è ritratto narrativo che ha più di un parente nella storia della narrativa nostrana. Ma i personaggi sono svariati, tutti riusciti, tipicamente atipici, originali nel loro essere concreti e tradizionali, nelle loro paure e nel loro coraggio, nella loro dignità e nelle loro miserie. Adelchi, forte, ribelle, poco avvezzo ai lavori manovali e più incline al comando, benvoluto dalla madre e sopportato dai parenti, le coppie di fratelli quasi gemelli siamesi, fedeli e complementari, nella gioia e nel dolore, Iseo e Temistocle, Treves e Turati, il gruppo collettivo delle sorelle, talvolta dolci e zuccherose, spesso acide, diffidenti, ostili al tutto in nome di chissà cosa ed infine tra le nuore l'Armida, moglie di Pericle, bella più della bellezza consentita, passionale e con tratti da maga/fattucchiera. Con quell'amore e fede cieca nel suo sciame di api che si porta con sé in ognidove, lei, foriera di invidia e poi di tragiche disgrazie.
Tre generazioni, perché si arriverà fino all'ultimo, decisivo, catartico in senso negativo nipote Paride, colui che bene o male sarà protagonista dell'inizio della fine.
Nelle turbinose, avvincenti avventure e disavventure dello stuolo familiare, con un ritmo sostenuto, un lessico dialettale ed un registro ammiccante che spesso fortemente ironico, regala però istanti di inevitabile tragicità, senza mai sprofondare nel bieco pathos da fiction melensa. E riviviamo numerose vicende storiche dalla parte dei Peruzzi, in un romanzo che brilla di luce propria senza rinnegare gli ascendenti esercitati dalle grandi saghe famigliari dell'Ottocento, l'età aurea del romanzo classico, anche se quelle erano senza i vigorosi innesti mimetici che qui invece fecondano ampiamente i terreni del narrato, con un fortissimo rimando alla tradizione dell'oralità delle storie raccontate in famiglia, davanti ad un focolare, tutti insieme appassionatamente, più o meno. Moltissimi i risvolti inediti, curiosi e rivelatori, a me perlomeno ignoti, raccontati nel corso della vicenda. Uno su tutti il razzismo all'incontrario che vide protagonisti gli indigeni del basso Lazio ed i veneti colonizzatori, con i primi appellati marocchini ed i secondi polentoni. Un'ostilità strisciante e crescente che spesso sfociò in azioni e reazioni violente, con il rapido passare dagli insulti ai fatti. Oppure i biechi maneggiamenti da parte di dirigenti fascisti, italiani nel Dna, popolo di insani poeti e navigatori, oltre che opportunisti.
Sullo sfondo non manca nulla, anzi, tutto concorre a rendere lo scenario vasto e corposo, con quella Italia in balia, prima del Fascio, delle lotte agrarie contro i latifondisti di tenore socialista, poi l'avvento del Duce ed i suoi progetti di vasta riforma sociale, oltre che politica, con la sua tipica retorica tronfia e populista e la propaganda di regime ad ingigantire modesti passi in avanti, poi il passo drammatico e senza ritorno verso la Guerra, con le efferate e sconsiderate avventure coloniali e il successivo abbraccio letale e imperdonabile con l'astro nascente di Hitler, lo scoppio del conflitto mondiale e la sua sanguinosa, indecente e vergognosa fine, con annessa guerra civile.
Ed i Peruzzi lì, a vivere, lavorare, amare, odiare e travagliare, come una famiglia, come una delle tante.

Lungi da me iniziare da questo romanzo un'ipotesi di revisionismo. Sono di cultura democratica e condanno a prescindere qualsiasi dittatura. Ma amo anche la Storia e l'imparzialità, perlomeno ci provo. E nell'epoca del fascismo, pur con i risvolti negativi, ci furono azioni e iniziative di grande respiro e di cui ancora oggi se ne possono vedere i pregi. Il quartiere dell'Eur a Roma, urbanisticamente ineccepibile oppure la bonifica dell'agro pontino appunto, sono tra queste. All'epoca dei fatti narrati l'agro pontino era una vasta zona paludosa ed insalubre a sud di Roma, dove si procedette non solo al prosciugamento delle paludi ed alla costruzione dei canali, ma anche alla ordinata e pianficata edificazione di centri rurali, strade e opere di urbanizzazione primaria, procedendo anche al disboscamento delle limitrofe foreste. Si trattava di una vasta e disabitata pianura in gran parte alluvionale delimitata ad ovest e sud dal mar Tirreno, a est dai primi rilievi appenninici dei monti Lepini ed Ausoni, a nord dal medio corso del fiume Astura e dai primi rilievi dei Colli Albani. Amministrativamente si cominciò con l'acquisto da parte dello Stato Italiano di un territorio di 20.000 ettari circa, di proprietà della famiglia Caetani , noto come Bacino di Piscinara e si proseguì nel 1926 con l' istituzione di due appositi e complementari consorzi. Poi il lavoro prima riportato e l'emigrazione di massa, tutto accuratamente e mirabilmente descritto. Oggi la zona è per gran parte in provincia di Latina, la Littoria fascista.
E poi ovviamente last but not least il Canale Mussolini che dà nome al romanzo e che rappresenta lo zenit di questo progetto che mirava ad universalizzare un modello di efficienza ed efficacia. E, nel mentre, una parola sconfortata vrso quanti, in nome delle pagine (forse troppe) dedicate agli aspetti tecnici hanno citato Gadda, l'incredibile scrittore che rese letteratura anche il lessico tecnico dell'ingegneria, paragonandolo a Pennacchi, dando sfoggio di quella pessima italica abitudine di forgiare paragoni per il gusto di esibire cultura che tale non è, mero esibizionismo onanistico che nulla serve e nulla aggiunge o toglie, semplicimente fa confusione e rimane come una defecazione fuori dall'orto. Così come è mero ciarpame intellettualoide l'annosa discussione di presunti puristi sul dialetto utilizzato da pennacchi, che marpionescamente viene definito non corretto, lessicalmente e graficamente. Lo stesso autore in calce al libro precisa che non intendeva assolutamente essere corretto, ma scrivere esattamente quello che ricorda così come pensa di averlo ascoltato. Più chiaro di così si muore.
In ogni caso in quei luoghi dal 1932, in sette anni, furono allocate in queste "terra promessa" quasi tremila famiglie, per oltre 29.000 persone, provenienti per la stragrande maggioranza dal Veneto ed oltre il 10% dal Friuli, terre povere, sfruttate, ricche di fame e di sete ma appunto abitate da gente che la terra la sapeva lavorare e per domarla non lesinava sforzi per prolificare senza sosta. I figli erano prima braccia, poi bocche da sfamare.La gigantesca migrazione fu giustificata oltre che dalla sapienza contandina dei nordici, anche come parziale risarcimento delle angherie e delle morti subite da quelle popolazioni, sotto l'urto dei dilaganti austro-ungarici, durante la prima efferata guerra mondiale.
Una piacevole sorpresa nel panorama italiano attuale, solitamente stantìo o comunque paludoso e ritrito ed un pezzo di storia, molto romanzata, che comunque va conosciuto e non dimenticato.
Una epopea dunque, un romanzo popolare, ma non popolano o peggio populista, come a volte se ne leggono e come si sottolinea agiustamente in una recensione sul portale letterario Lankelot. Forse come una saga. Questa parola affascinante. Ma non parliamo della clonazione del successo di Twilight o Henry Potter, non siamo nel fantasy così beneamato o nel reality così attualmente concupito. Siamo nella storia vera vera fatta narrazione, siamo nella tradizione di quei racconti magari a carattere orale, oramai persa e sintetizzata nei bytes e nei gigabytes che oramai di fatto e senza mio rancore dominano e condizionano la comunicazione contemporanea.
Come si sa il filone onnipresente nelle Letteratura Italiana è il realismo, proposte in tutte la salse e continuamente resuscitato, poiché per tradizione e pigrizia mentale bradipesca si va storcendo la bocca, come pubblico, a qualsiasi novità che esuli da detta corrente. Canale Mussolini è, per fare paragoni, a metà fra l'ardore, la tensione e il pathos (lì talvolta spalmato di un moralismo lagnoso e retorico davvero eccedente) che animano le pagine di "Furore" di Steinbeck (narrante l'odissea di una famiglia costretta ad emigrare su un camion malconcio verso la California perché cacciati dalla terra che lavoravano a mezzadria) e con più di qualche ammiccamento al caposaldo del realismo italiano, i Malavoglia di Verga. Debbo dire che per lunghi tratti questo è un bel romanzo, brioso, veritiero, ritmato, sarcastico e talvolta convinto, con la "roba" verghiana alla fine a domare o sfrenare istinti, idee, tensioni e passioni.
Ma, a parte tutto, c'è un però.
Ho trovato francamente noiosa e sconfortante la reiterazione di paragoni con gli anni contemporanei o quasi. A parte che dei giudizi espressi Pennacchi si deve prendere la responsabilità, ma sono del tutto fuorvianti, decontestualizzati, casuali e gratuiti, piovuti dal cielo a miracol mostrare ma non miracolano, anzi, irritano e talvolta appesantiscono. Evitarli sarebbe stato molto meglio, il romanzo non ne avrebbe risentito. Affiora una certe dose di evidente qualunquismo, di becero relativismo, di insopprimibile superficialità che stona con la non moderata ma realistica (s)compostezza del resto del romanzo.

L'autore con questo testo ha vinto il premio Strega. Giunto al successo relativamente tardi, con "Il fasciocomunista", trasposto poi al cinema con il buon film "Mio fratello è figlio unico" di Luchetti, Pennacchi, nato a Latina nel 1950, ha di recente pubblicato una sua nuova prova, "Le iene del Circeo".


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