giovedì 12 novembre 2015

Freddie Mercury. Chi vuol vivere per sempre? (Laura Jackson)


24 novembre 1991. A Londra, nella sua faraonica villa in Kensington si spegne a 45 anni Freddie Mercury, cantante e front man della band inglese dei Queen. Una vita fuori dai limiti, da vera star, tra eccessi e clamori, folle adoranti e vendite stratosferiche, bruscamente interrotta dall'Aids. Il clamore è enorme.
Mercury, che in realtà si chiamava Farrokh Bulsara, era nato nel 1946, nell'isola di Zanzibar, da una famiglia di origine persiana, che professava la religione parsi, tratteggiata nel libro come abbastanza rigida e che influirà probabilmente sul carattere del giovane. 



Il padre lavorava nella amministrazione civile britannica e l'impiego permetteva un tenore di vita molto alto. Ben presto dovettero trasferirsi in India, per lavoro. A quanto pare, col tempo, questa infanzia a Zanzibar in Mercury non lascerà traccia, mentre più significativa sarà l'esperienza di Bombay, centro commerciale vitale di quelle zone, anche perché fu mandato in collegio. Causa anche i frequenti ed improvvisi impegni del padre, Mercury visse a lungo lontano dalla famiglia, anche durante le vacanze. Imparò ad essere autosufficiente, a difendersi dai soprusi degli anziani del college cui era iscritto. Repirò intensamente l'aria viva, fibrillante e confusa della città. Conobbe il rock'nroll, manifestò negli anni una spiccata teatralità e amore per la musica, ebbe il suo primo rapporto omosessuale. Insomma furono anni decisivi, dove ad una necessità di esibirsi quasi patologica faceva da contraltare la sua riservatezza nella vita privata.

Quando il giovane, di carattere appartato ed introverso è costretto ad emigrare di nuovo, stavolta nell'anonima provincia londinese, nel Middlesex, siamo alla svolta. Vittima del bieco e ottuso razzismo inglese di provincia, forgiò definitivamente il suo carattere.Ingigantì a dismisura i suoi difetti, le sue goffaggini, il suo bizzaro modo di essere esteriormente, mettendo alle strette un ambiente che ne voleva fare uno zimbello. Li disorientò, indossando un “costume di scena” che diventerà una cifra comportamentale per tutta la vita. Era una cosa terribilmente seria non prendersi sul serio e questa scelta esistenziale catapultò il giovane nei ribollenti, catartici, sconvolgenti anni sesssnta londinesi. Nonostante le resistenze della famiglia nel 1966 riesce ad iscriversi ad un corso di arti grafiche e design, andando a vivere a Kensington, nel cuore di Londra. Ha scoperto di detestare lavori manuali e la fatica oscura di umili impieghi di fortuna, nonché di non essere versato agli usuali studi universitari auspicati dalla famiglia
Ma ben presto scoprirà Hendrix, il rock, quella musica rivoluzionaria che nelle sue composizioni, scomposizioni, varietà e iterazioni, sarà la colonna sonora di un intero mondo. Al corso presso l'Ealing college, pur mantenendosi sulle
sue, fa amicizia con Tim Staffell. La musica li unisce. Tim è cantante e bassista degli Smile, dove ci sono il chitarrista Brian May ed il batterista Roger Taylor, due futuri componenti della band. Gli Smile, come decine di altri gruppi, suonano spesso nei vari locali dedicati alla musica, hanno seguito. Mercury comprende due cose: il suo futuro è diventare una rockstar. Ed il suo gruppo sarà quello, punto. Caparbio testardo, dinamico, li seguirà ovunque, criticandone il look soprattutto. Continuerà ad imperversare durante le loro prove, cercando di affinare una voce ancora acerba ed un orecchio ancora poco musicale. Gli Smile per ora rifiutano il suo ingresso nel gruppo ed approdano ad un 45 giri, ma sarà vita effimera, breve. Staffell taglia al corda, oramai siamo all'inizio del 1970 , non vede futuro. Da abile manipolatore qual era, Mercury approfitta subito della dipartita, ossessiona May e Taylor, alla fine si fa un gruppo. E lui ne sarà non solo il cantante, ma anche il curatore dell'immagine. Oramai da tempo ha capito che in certi mondi essere è come apparire. E soprattutto bisogna apparire diversi, sgargianti, se ci si vuol fare spazio. Solo così potrà coronare il suo sogno di successo, di essere finalmente al centro del palcoscenico come ha sempre pensato di fare. Tour circostanziati e massacranti, avventure di ogni tipo, mentre la scena londinese diventa la piazza più appetibile per sfondare nel mondo della musica. Freddie ben presto diventa il leader, anche se si trova di fronte delle personalità forti che lui accuratamente viviseziona ed ammalia, sfruttando la sua oramai nota capacità di ascolto, la sua tendenza a farsi piangere sulla spalla ed a offrirti aiuto.
La band oramai è nata. Il nome prescelto è Queen, che in gergo ha connotazioni omosessuali, ma Freddie non se ne cura o fa finta di. Anzi, è in questo periodo che si sceglie anche un cognome d'arte, dato che il nomignolo Freddie se lo portava appresso sin dalle elementari. Sceglie Mercury, dal dio Mercurio, altra scelta che rivela molto. Il resto magari è storia già nota, termina l'accurato mio resoconto biografico. Basti dire che i Queen esordiscono nel 1973 con il primo LP e in breve tempo diverranno una fabbrica di hit. Leggendarie le performance dal vivo ed i loro tour estenuanti, nonché la loro prolificità. Indiscutibile il fatto che al di là dei gusti personali, il sound dei Queen sarà un marchio irripetibile, inimitabile, difficilmente catalogabile musicalmente e sostanzialmente composito, studiato, frutto di diverse contaminazioni ed illuminazioni. Mercury diviene una vera rockstar, si abbandona a capricci e stravaganze di ogni tipo, a volte misantropo a volte coinvolgente e corale, lunatico, sempre molto appartato. E soprattutto oramai, nel suo intimo, sa di essere solamente e nettamente omosessuale, nonostante il tenero e duraturo legame con Mary Austin, un'amicizia tenera, quasi incredibile, un amore mai sbocciato ma che li fece convivere per oltre sette anni. Probabilmente lei amava lui e lui aveva bisogno di lei, se rimasero uniti, almeno emotivamente se non sessualmente, fino alla morte di Mercury . Infedele, dai gusti sessuali insaziabili, Freddie organizza vere e proprie orge, è ormai acclarato cocainomane, può permettersi tutto e fa del tutto per ostentare questo suo potere. La rivincita del pivello solitario che caparbiamente ha raggiunto il centro della scena e non vuole abbandonarla più. Sarà l'Aids a strapparlo da dove si era tenacemente installato e rimarrà unico, così come aveva desiderato e così come aveva edificato la sua parabola artistica.
Tanti, troppi episodi memorabili da citare dal libro. Ne ricorderò due. Le polemiche molto accese per un loro concerto in Sudafrica, in pieno regime di apartheid e la trascinante epica loro perfomance al Live Aid del 1985, concerto benefico per i neri d'Africa che avevano precedentemente ignorato. Tutto in nome del fatto che lo Show must go on.
Insomma una lettura interessante questa biografia redatta da Laura Jackson, autrice di libri analoghi. Stile giornalistico ma non troppo, tono asettico, anche se spesso ho notato una certa insistenza a deprecare la sessualità quantomeno esuberante di Mercury e a evidenziare con fare materno le “normali” eccedenze di una rockstar. Interessante il rivolgere paragrafia curiosità non morbose da backstage. Apprezzabile il fatto di notiziare su dettagli ritenuti importanti e sconosciuti ai più, invece di indulgere in descrizioni sofisticate di musiche, tonalità, riff. Ne emerge il ritratto di un uomo dal carattere variegato, istrionico, rutilante ed eccessivo nel suo lavoro, ma capace di preservare la propria intimità dai clamori del palco. Soffrì sino all'ultimo della sua omosessualità, che dichiarò in maniera netta e recisa, senza smentite o ripensamenti come in passato, solo il giorno prima della morte, assieme alla terribile malattia contratta di cui non aveva fatto parola alcuna con i compagni di avventura, con i quali peraltro i rapporti erano tesi sin dagli inizi degli anni Ottanta, per usura, avidità e tutto il resto che ha segnato il destino di decine di rock-band di successo mondiale. Un ondeggiare continuo fra l'egoismo ed il riserbo, una professionalità fuori dalle righe come la volontà di esibizionismo faceva da contraltare ad una solitudine interiore piuttosto marcata che non gli impedì di avere legami anche affettivi saldi e duraturi nonostante le sue testardaggini quasi fanciullesche, la sua incapacità di non tradire, quella sua innata voglia di plasmare le personalità e voglie altrui.

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Su ciao.it il 11.03.2012