domenica 6 dicembre 2015

Furore (John Steinbeck)

Stati Uniti, anni Trenta. Gli effetti della grande depressione del 1929 infestano e spadroneggiano gli umori, i desideri, gli odi e le paure del paese. Il sogno americano già allora così fervido e vivo soprattutto nel resto nel mondo che non poteva conoscere la verità e le conseguenze di ciò, disconosceva che l’altra parte del sogno è sempre un incubo. SI comincia a mostrare qualche incrinatura tipica del sistema capitalistico, insita e congenita. Senza che questo voglia dire per forza che diversi sistemi di architettura economico- sociale che da decenni prima annunciano il prossimo Giudizio Universale siano in condizioni migliori o prefigurino un futuro ben più sapido. Il romanzo non decreta che l’impero stelle e strisce, ancora agli albori, sia destinato al crollo finale ed imperituro, come la parte avversa auspica e sancisce. “Semplicemente”, sostiene che un sistema è strutturato con cicli e ricicli. Si prende atto che non esiste infallibilità e coloro che ne fanno le spese, sicuramente, sono vittime sacrificali sull’altare del progresso modernamente inteso. Così s’ha da fare, chioserei, ove questo sia il meglio o il meno peggio. Ai posteri ardue sentenze. A ciascuno il proprio terrestre destino.

In questo panorama poco edificante e claudicante si dipana “Furore” di Steinbeck, uscito nel 1939 con il titolo originale di The Grapes of Wrath, "i frutti della rabbia" o qualcosa di simile e che racconta l’odissea (che però sconfina e perisce nella mera parabola) della famiglia Joad, costretta da un esproprio forzoso a migrare dalle terre natie verso la California, lungo la famigerata statale 66, un autostrada che cicatrizza gli Stati Uniti, alla ricerca di lavoro come braccianti agricoli. Sarà un viaggio all’inferno, con la morte in agguato, il tradimento alle porte, la miseria a mordere lo stomaco e la speranza continuamente disillusa. Il tutto con una struttura bipolare, perché il resoconto stentoreo del viaggio senza ritorno è inframezzato da digressioni di carattere generalista, volte a rafforzare la metafora che la storia che si va raccontando è la tragedia di una nazione e di centinaia di esseri umani.

Il tono tuttavia non convince. Non credo sia un problema di traduzione, peraltro nella mia edizione pessima con evidenti errori e disattenzioni (ce lo vedete uno statunitense a bramare una partita di calcio il sabato? Sarà forse football americano. Come reagite voi lettori al fatto che per decine di pagine si parla di contrattazioni sindacali sulla base di cents e dollari e poi vi spiattellano una frase come “pur di non dare una lira a quel figlio di puttana” ?).

Il tentativo assomiglia e riesce nella maniera peggiore a sfornare un testo populista di un moderno (?) centro-sinistra italiota. Infarcito di stile e stilemi che avrebbero fatto la gioia dello zdanovismo, quella corrente di stampo sovietico atta ad acculturare le masse attraverso una mistificazione ed impoverimento delle forme ed i contenuti e che credo abbiano fatto gongolare il Vittorini di “Conversazioni in Sicilia”, romanzo quest’ultimo mediocre e quasi insulso. Non per le idee veicolate sia chiaro, che in linea di massima vanno rispettate, ma per inconsistenza narrativa, mancanza di profondità e spessore. Il bello dell’arte narrativa è raccontare, stupire, stilizzare. Altrimenti gli scrittori diventano puri e semplici parolieri di bassa lega, quasi come i mezzi busti del telegiornale, recitare, a memoria, senza voglia o passione. Il libello amorfo, lo exempla di stampo medievale è sempre un romanzo brutto, ripetitivo, inutile. Non credo possa permettermi da semplice lettore di usare tali aggettivi per una sorta di “moloch”, uno fra i più famosi ed imposti come importanti della narrativa statunitense e per un autore variamente amato e elogiato (premio Nobel, tanto per dire). Certo che vi ho ritrovato a distanza di anni più difetti che pregi. Nelle mie lapidarie schede che scrivevo in tempi universitari quando leggevo tre romanzi alla settimana, beato me, annotavo che questa era nel complesso una narrazione eccessivamente esemplificativa, senza nerbo, talvolta irritante e noiosa nonché scontata. Giudizi sostanzialmente confermati oggi. Una didascalia continuata ed aggravata. Unico interesse, può risedere nel documentarsi di alcune vicende realmente accadute negli Usa di quegli anni.

Non mi pare assolutamente riuscita l’operazione ed il perché è presto detto. Gli echi mistico-cristiani, un umanesimo spicciolo, l’echeggiare di dottrine comunisteggianti sono inserite senza la benché minima abilità, piovono dal cielo come massi e si sgretolano nella loro irritante semplicità espositiva. Ripeto, non si tratta di allergia alle idee sbandierate, verso cui nutro sempre rispetto ed accoglienza anche se distanti, ma detesto lo stile, detto che in quel periodo aureo davano il meglio di sé quattro autori cui debbo molto, almeno per la mia produzione creativa che ancora non ha avuto le luci della ribalta ma esiste e continua. Fitzgerald, Dos Passos, il primo Hemingway, Faulkner. Steinbeck li guarderà sempre dal basso, a mio parere, saranno per lui irraggiungibili. Non me ne vogliate, dico semplicemente la mia.


"Allora le donne capirono che erano salvi, che gli uomini non si davano per vinti, e allora ardirono domandare: Cosa facciamo? E gli uomini risposero:Chi lo sa? ma le donne caprino che erano salvi, e i piccoli capirono che erano salvi”. Qui siamo all’inizio, la commistione fra atteggiamenti epico-biblici e realtà dà le vertigini e conati di vomito, ma per favore, c’è modo e modo. “Se l’umanità non eseguisse un passo avanti, se l’ansia di progredire sia pure inciampando non fosse ostinatamente viva, le bombe non precipiterebbero dal cielo, i patiboli non funzionerebbero” . Eccolo il messaggio inquietante. Cantando in sottofondo una vecchia canzone di Vasco Rossi, “Va bene, va bene così”. Tutto è legato al progresso, anche se c’è chi paga o è pagato. E la fine del romanzo che ovviamente non cito, è esemplare, in questo senso. Tutto cambia affinché nulla cambi. Da piccolo borghese acculturato e sensibile grido ed esclamo il mio personale “furore”, di fronte a ciò. “Così la vita sociale dei profughi si veniva trasformando radicalmente, ed i singoli si adattavano al mutamento con quella facilità che è una prerogativa assoluta dell’essere umano” . Argh. Darwinismo post litteram, determinismo, evoluzione naturalistica della specie. Neanche Balzac, Zola e Flaubert, maestri indiscussi di una narrativa di genere ed epocale, forse, considerati i tempi, osavano tanto. La struttura sociale fa “schifo”, ma va tanto il genere umano, non il singolo, al di là delle sue personali ambizioni e condizioni e perdizioni, ce la farà. Inquietante, a mio modesto modo di vedere, quantomeno contestabile. Un senso retrogrado e marcio di osservare il futuro. Quando si scrive sarebbe efficace dare una soluzione, non affidiamoci ai problemi, crediamo in noi stessi, non allo spiritualismo ed all’umanesimo di religiosa memoria, perlomeno in termini di credo laico. La vita è qui, direi, non altrove.

E’ per me, assolutamente inutile proseguire su una lunga e francamente attualmente sterile analisi socio-economica. La mia rilettura di questo romanzo, sovrabbondante di irritazione e delusione, parte da presupposti meramente di gusto e di rilievi di carattere narratologico. Per quanto riguarda la politica, questo è un romanzo che ha fatto storia, prova ne sia che un artista pop-rock quale l’immenso (mi sia passato il personalissimo aggettivo, visto il recente concerto di Roma 2009) Springsteen, discreto autore di testi minimalisti volti a raffigurare la provincia del cosiddetto American dream, decide di riesumare il protagonista assoluto (e questo sì riuscito) del romanzo, Tom Joad, improntando un disco alla ricerca del suo fantasma e assimilando le controverse vicende degli sconvolgimenti sociali che visse l’America degli anni Trenta a quelli attuali che vedono un’intera nazione, quella messicana, varcare in ogni modo il confine e lanciarsi alla ricerca di un proprio sfamamento e di un proprio status esistenziale, come fantasiose cavallette all’assalto delle terre eldoradiane della California e stati limitrofi (“Una volta la California apparteneva al Messico (..) I messicani, deboli e sazi, non avevano potuto opporsi all’invasione perché non v’era nulla al mondo che essi desiderassero con quella frenesia con cui gli invasori americani desideravano la terra” Forse Bruce ha tratto da qui la sua versione musicale).
Necessario questo sconfinamento per decretare il punto. “Furore" di Steinbeck è come romanzo “brutto”, sterile, antico e conservatore nelle peggiori accezioni, ma che comunque rimane emblematico ed emblema di uno stato di pesante quanto improvviso disagio di una nazione che pareva lanciata verso dove e verso quando senza fermarsi a nessuna stazione ed arrivando sempre comunque prima di tutti. I fatti di oggi dimostrano che tutto inizia per finire, ma questa è tutta un’altra storia.
John Steinbeck (Salinas, California 1902– New York ), è uno fra i più famosi romanzieri statunitensi.

su ciao .it   17.09.2009