giovedì 31 marzo 2016

Shotgun lovesongs (Nickolas Butler)

Parla di un cantante, prende il titolo da un suo disco, ma non è un romanzo musicale, anzi. Il sottofondo struggente, silente quanto rumoroso, sono le dissonanze e non gli accordi, le crepe, non le suturazioni, le saturazioni e non il colmare i vuoti. Ma non è melenso né melodrammatico. E’ vita, pura vita, con i sui vivaci colori e i suoi tragicomici sfondi in bianconero, quando talvolta non piove grigio che scolora e tutto attutisce. Una storia dove viene scolpito uno dei comandamenti troppo spesso bistrattati: nella vita non si può cambiare il carattere ma solo accettare gli eventi




Forte di un successo planetario, il cantautore Lee Sutton torna al suo paese d’origine, come sempre. Si sposa l’ex broker Kid, uno che ha arraffato milioni di dollari per buttarli via nell’impresa di dare vita alla morta fabbrica del paese, per dare una centralità a Lake Wings che un tale paesucolo non saprà mai meritare. E l’allegra brigata è composta anche dal granitico Henry, che continua più a mungere vacche che a intascare soldi, l’adorata e bellissima moglie Beth, che ha nascosto per anni una scopata clandestina proprio con il cantante e l’enigmatico Ronny, celebre vincitore dei tori nei rodei in passato ed ora scorticato ed eroso dall’alcool che ormai non deve bere più, o non dovrebbe.
Romanzo di formazione nel senso più classico del termine ma rimescolato con ardori e sapori del postmodernismo, vedi i diversi punti di vista su cui si struttura la narrazione. Racconto che si concentra più che sui distacchi sui ritorni, il ritorno alle radici, il ritorno dell’amore, il ritorno (o non) dell’amicizia.
Molto cinematografico e paesaggistico, è già oggetto di un futuro film, ma non datelo in mano a  Innaritu, lo stucchevole e ridondante regista del pessimo e recente Revenants,  sarebbe capace di farne un polpettone cosmico senza attributi. Qui vivono, godono e  soffrono pensieri e sentimenti, nessuna masturbazione cerebrale.
Il vero personaggio principale è il Wisconsin o meglio lo sperduto e sconsiderato Little Wing, dove tutto cambia affinché nulla cambi e dove qualunque tempesta di neve o di vento distruggerà le radici che ciascun nativo ha impiantato in questa terra solitari e a suo modo poeticamente malinconica. Non ha le claustrofobie esistenziali di Roth e nemmeno le velleità mitteleuropee di Franzen, ma indica ancora una volta che la narrativa statunitense sta riscoprendo a suo modo la prosa classica europea, asfaltando dialoghi e riempendo di aggettivi ed elucubrazioni la narrazione sobria ed essenziale che tanta fortuna ha decretato nei decenni passati.
A suo modo riuscitissimo, senza una smagliatura nonostante l’impianto rievochi rugosi antecedenti, rappresenta quanto di più sano e terribile sia la nostra esistenza: siamo domande, mai risposte e rispondiamo, capace che sbagliamo.

A quanto leggo su Onda rock, poi, pare che sia direttamente tratto dalla biografia del cantante folk Bon Iver.