martedì 5 luglio 2016

Ulisse da Baghdad (Eric-Emmanuel Schmitt)

"Mi chiamo Saad Saad, che in arabo significa “speranza speranza” e in inglese “triste triste”. A volte sono Saad Speranza e a volte Saad Triste, ma agli occhi dei più sono niente."
I maledetti del millennio.
Sudore, malinconia  e tanto, tanto coraggio. Ma anche tristezza, paura e un compito improbo. Come  potrebbe poi sopportare la vita un’aspirante rifugiato politico che però l'Europa intera (e  prima anche l'Onu) bolla come mero clandestino da rispedire al mittente?


  

Saad Saad decide che deve andarsene dalla capitale irachena devastata dal post Saddam Hussein, tra morti violente e per malattia che devastano la sua famiglia, compresa la bomba che uccide il suo amato padre. Che poi però, in qualità di angelo custode, lo accompagnerà verso il suo epico e drammatico viaggio. Con il sogno di arrivare  a Londra. Dove pensava di ritrovare la sua amata, che invece pare essere stata uccisa.
Terribilmente attuale, forse troppo spesso un poco lezioso e moralisticamente didascalico, tuttavia questo romanzo di Schmitt oltre  a sensibilizzare le coscienze su un dramma che oramai è divenuto pane quotidiano, ha pagine brillanti dove tra il fiabesco e lo scanzonato si raccontano eventi tragici che affollano la disperata fuga del povero Saad, a volte consolato dalla voce dall’oltretomba del padre, con cui a volte articola complicate discussioni di carattere assiomatico e filosofico .
Se eticamente è un libro "giusto", dal punto di vista letterario non mi ha proprio conquistato, anche se alcuni passaggi denotano una scrittura agile e mai banale  e una capacità di alleggerire il peso dell'orrore che di recente avevo trovato costruito in maniera mirabile in La città dei ladri, romanzo dove l'immane crudeltà della guerra viene sfumata con tonalità fiabesche e con un incedere da romanzo picaresco. Tuttavia come nell’altr’opera da me letta, Il Vangelo secondo Pilato, Schmitt troppo spesso prende la parola ed erige il suo punto di vista a pensiero unico, con tono cattedratico e mai dialettico, a tal punto da suscitare irritazione se la si vede in maniera diversa se non diametralmente opposta. Sono del parere che un autore debba suggerire, non imporre. Mi sfuggono poi metaforiche analogie con Ulisse, a parte il concetto ben chiaro di odissea e il famoso aneddoto che permise all'eroe greco di sfuggire a Polifemo rinominandosi "Nessuno".

Insomma un libro bello a metà, magari da suggerire agli adolescenti per avvicinarli ad una triste realtà contemporanea senza cadere nel sensazionalismo retorico dei mass media.