giovedì 18 agosto 2016

La strada è la mia casa (Pia Petersen)

Hadrien, dopo aver camminato ore per le strade della sua città, sta per uscire dalla biblioteca. Adora passare tempo lì dentro. Magari non legge, ma solo osserva e palpa i libri e si gode il silenzio, il caldo, l'apparente serenità. I libr lo affascinano. Una volta aveva uan fornita biblioteca personale. Una volta.
Agli addetti chiede informazioni delicatamente, non si cura del fatto che il suo aspetto possa suscitare ribrezzo. La donna che è di turno al servizio utenti si sta avvicinando, l'orario di chiusura è già suonato, è ora di andare. Fuori fa freddo, i suoi vestiti laceri, il suo puzzo un fetore insopportabile.



Dura la vita del clochard, in questa Francia postmoderna. Ma non ha alcuna paura, Hadrien, non lo troveranno mai più. Anche perché questo non è il suo nome, lui ne ha altre cento, mille identità, non ha importanza l'anagrafe, è importante solo che lui è contro, fuori, altrove. Lui ha deciso, ormai. Non accetta i cardini del comune convivere, ma non si tratta di violare la legge ma semplicemente escludersi autonomamente da quello che consideriamo il mondo civile.
La società che vede e che vive, non lo ingloba ma lo nutre da da fuori. Dalla strada appunto. Non ha commesso alcun crimine, né nessuna disfatta lo ha reso barbone. Non c'è stata una vera causa, ma solo un fine l'ha conquistato, un' idea, un ideale. Questo mondo è una prigione, sottile ma implacabile, ti incarcera nei suoi rigidi dettami politici, sociali, economici. Lui non aveva più voglia di questo, affatto. E se proprio qualcuno deve riconoscerlo, sapere chi è tra le sue mille false nomenclature, meglio chiamarlo il Poeta, come è noto nel suo ambiente. Non scrive poesia, ma la sua vita a suo modo fa poesia e non prosa, prosa quotidiana, dovere chissà perché, piacere limitato e controllato, dettato dai mass media e dalle convenienze o presunte tali. Non sopporta la fretta, la cieca rabbia furia di correre qui, là, chissà dove. Hadrien, il Poeta o come diavolo si chiama, ha un sogno: andare nelle terre del Nord Europa. Lì il freddo è più rigido ma forse la società un po' meno surgelata, gli sguardi meno gelati, la mentalità un pò meno cella frigorifera. Così si dice, così crede. ma tanto per ora i soldi non li ha. Chissà. Potrebbe farcela. oppure no. Ma il suo sguardo, da chi oramai ha scelto un altro posto da dove guardare, non è cattivo né polemico, semplicemente arido, impietoso, senza alcun cinismo ma cinico. D'altronde la società buona, quella della maggioranza respinge e sospinge ancora più ai margini coloro che per scelta o necessità non possono vivere come il sistema globale economico sociale impone. E fa la guardia ferocemente ai propri presunti privilegi, alle proprie immutabili ed infrangibili leggi che però vengono spesso tradite, confidando che il gregge è pur sempre numero, che un pastore per quanto stolto li porterà a nuovi campi da pascolare mentre no, questo mondo crede di andare avanti ma in realtà va sempre a ricadere all'indietro, sostanzialmente pare non muoversi anche se si muove.
Di stampo nettamente contemporaneo ma che affonda le sue radici in una tradizione che nasce sin dal Settecento con il mito del buon selvaggio che non può accettare in quanto ingenuo e puro gli stilemi falsi e retrogradi della “buona” società, "La strada è la mia casa" è un buon romanzo, veloce e spigliato, che ci offre uno spaccato abbastanza veritiero e non retorico della società attuale. L'autrice è Pia Petersen, danese trapiantata in Francia, autrice di sei romanzi. Energico lo stile o perlomeno la traduzione che lo ha reso essenziale senza essere ruvido o ripido. Metaforico probabilmente, neanche troppo sottilmente, il richiamo continuo ai libri, alla biblioteca, al silenzioso e oramai desueto fascino della lettura, della memoria, quella entità che non parla e non vive eppure è l'unica facoltà in grado di raccontarci come vivere e migliorare se fossimo veramente in grado di ascoltarla.