sabato 3 marzo 2018

Il paese delle meraviglie (Giuseppe Culicchia)

Il paese delle meraviglie. Come è da bambini. Ma poi. Si cresce, è un obbligo, tutti i panorami, le scene cambiano prospettiva, colore, tonalità, tutto quello che insomma si chiama semplicemente significato. E il paese delle meraviglie, passata l'età della falsa ed ingannevole cuccagna diventa l'Italia attuale, una sorta di repubblica delle banane. Siamo negli settanta, ai margini della metropoli. Molte cose sono cambiate. O forse no. L’adolescenza di Attilio, tra episodi buffi, qualche goffaggine e qualche drammatica scelta senza ritorno. M'altronde piccoli si nasce, il problema è se ci si diventa.


Provincia. Piemonte. Pioggia. 
Cielo grigio, monotonia, pochi rumori. E' difficile fare i bambini come è difficilissimo crescere. Aiutano i sogni, come sempre, come è normale.
E ancora pioggia e cuori nella bufera, con gli ormoni che a quattordici anni sono come un torrente in piena. E dunque adolescenza, e poi formazione negli anni settanta, tra televisione a colori che sembrano un miracolo e per ora sono solo un miraggio per i ceti meno abbienti.
Giuesppe Culicchia, dotato narratore torinese del 1965, che esordì grazie al compianto Tondelli negli anni novanta e che ora, nel 2004, si cimenta con una storia verosimilmente autobiografica, ambientata nella pianura piemontese.
Una storia qualunque, un tema trattato e ritrattato, la gioventù, l'adolescenza, un'epoca particolare,a se stante. Stavolta la novità ed il cardine narrativo è offerto dall'epoca di ambientazione: gli anni settanta, un crocevia ed una svolta comunque storica, per il nostro paese. Ed è inutile fare confronti con le nostre adolescenze. Troppo facile o troppo difficile, a seconda di punti di vista. 
Le travi portanti del libro sono numerose, non tutte conciliabili e talvolta nemmeno sempre ben amalgamate. Infatti ci sono diversi piani narrativi, nettamente differenti per registro stilistico. La mimesi boccacesca e molto spinta, oralità nuda e cruda, che riproduce i dialoghi dei tre scolari protagonisti, le pagine riflessive dove l'io narrante, vicino ad un vecchio albero, prova ad ascoltare se stesso e a contestare il mondo senza farsi male, gli interludi come rapidi trailer cinematografici a documentare la costante, progressiva, inesorabile disintegrazione della famiglia del protagonista Attilio non senza un cinica ironia, le lettere del protagonista con la sorella. Inverosimili, queste ultime, come tono epistolare, in questo caso l'autore manca totalmente il tentativo realistico e dota i due ragazzi di scrittura e pensieri impossibili, per degli adolescenti. Risultano eccessivamente contenute e meditate a sproposito, linguisticamente parlando, quando invece dovrebbero fuoriescire, date le circostanze della trama, eccessi verbali e sintattici di altra tonalità, deboli e perfette tanto da esprimere imperfezione di stile, contenuto, spessore. 

La storia è quella del primo anno di superiori di Attilio, in compagnia del furastico pseudo fascistizzante amico Zazzi, una macchietta trascinante e piena di sorprese. Vigoroso, del secondo, l'espressionismo linguistico, Zazzi da solo è una oralità fatta personaggio, in nome di una propria autonomia linguistica talvolta forse forzata ma che nel complesso riesce a catturare ed avere una sua dignità. Pregevoli alcune scelte letterarie (Zazzi "dallo sguardo azzurro pazzo", oppure la bella Margherita "biondissima con le tette sorridenti, sguardo colore del mare", Alice la sorella di Attilio "trecce rosse occhi blu") che ostentano anzi declamano una visionarietà impressionista non comune e forse troppo tenuta a freno che avrebbe invece innalzato e migliorato il romanzo che in più parti appunto denuncia almeno una timidezza se non una incapacità o evidente discontinuità. 
Le pratiche masturbatorie descritte con una certa malinconica vena ironica, gli amori possibili che solo quella età ti rende così amore e poco pallore o squallore, sempre fradici di un aura magica e irripetibile anche quando quasi sempre rimangono consumati più nel pensiero che nell'azione. E la figura tenera ma vigorosa e rigenerante del nonno di Attilio, una sorta di campagnolo anarchico e disincantato, con un passato di brillante scrittore buttato via.
In più troviamo una ferma, costante e sarcastica critica al sessantotto ed al femminismo, decostruiti e svelati come grande illusione teorica che la prassi ha svilito a mere pagliacciate. 
Ed abbiamo un continuo ripiegamento verso la vicenda privata e minimale, quasi a significare un netto distacco della propria memoria ed emotività dalla vicenda collettiva. Una scelta ed una dichiarazione di non appartenenza ai grandi sommovimenti dunque, in piena dimensione minimalista e provinciale.
Una critica di costume forse che non sfocia nella satira di largo consumo e di facile presa, un autobiografia romanzata e mascherata con espediente ed artifici di stampo narrativo (di sapore consunto, tuttavia, con abbondanti clichè, se vogliamo mettere il dito nella piaga).
Allora prendiamolo come una rivisitazione di stampo autoreferenziale e biografico di una rivoluzione vissuta da testimone e inconsapevole protagonista, con atti di denuncia circostanziati e dettagliati , con una forte rivendicazione alla libertà di esperienza, conoscenza, formazione e libera espressione delle proprie innate passioni e velleità nel giovane protagonista, tema direi affatto nuovo ma comunque discretamente rappresentato.
Con l'ombra delle lotte studentesche (crudelmente de-mitizzate) e l'ombra minacciosa del terrorismo che si fa beffe dei destini degli individui. 

Mi si dirà che sono lettore esigente. Ma non ne voglio parlare solo evidenziandone limiti di misura. Soprattutto nella narrativa italiana degli ultimi anni difficile è trovare un buon romanzo, anche se non eccellente. 
Tra i romanzi contemporanei che hanno raccontato il decennio fra '68 e 77, ricordiamo sicuramente il testo di connotazione sperimentale "Gli invisibili" di Balestrini, il malinconico e denso di amarcord "Ammazzare il tempo" di Lidia Ravera, da tempo fuori produzione, il torrenziale e movimentista "Boccalone" di Palandri ed infine "Due di due" di De Carlo, un must per tutti coloro che siano interessati alla narrativa su quegli anni. Ebbene lì la misura compatta, la prosa secca eppur vibrante, le stilizzazioni dei due speculari giovani protagonisti danno l'idea di come avere il senso delle proporzioni sia fondamentale nell'arte e dunque anche nella narrativa. Fermo rimanendo che questo "Paese delle meraviglie"è un buon romanzo, che fa sorridere e ricordare, invaghire ed immalinconire e non pecca di sviolinamenti o cadute di stile.