mercoledì 9 maggio 2018

La tela del ragno (Sergio Flamigni)

Non si faceva che parlare di ciò. Niente cartoni animati, o regali per il prossimo compleanno. Questo Moro era invadente, era nei cuori e negli occhi di tutti noi. Anche di chi non l'aveva mai visto o sentito e neanche immaginava chi fosse. Nell'epoca in cui finalmente arrivavano le cosiddette televisioni libere, la onnipresente Rai faceva il proprio comodo, i telegiornali non avevano contraddittorio, ammesso e non concesso che in futuro sia venuto il tutto, dopo il lutto. Era il 1978, quarant'anni  fa. 

No stavolta non è fiction. Me lo ricordo ancora quel giorno ed in genere quel periodo. Non avevo ancora otto anni, io . Facevo la terza elementare, come tutto sommato adesso faccio la prima, sono un ripetente atavico. Avevamo posti di blocco, lo ricordo, che impedivano l'accesso a Roma, posizionati sulle arterie di grande importanza veicolare. Anche il sabato e la domenica tutte le strade che incrociavano il Grande Raccordo Anulare erano militarizzate. Cioè con militari in divisa, con armi (mitragliette, indimenticabile) con il grilletto nervoso. Lo sguardo di mio padre, moderato contestatore, ma senza grandi decisioni alle elezioni, la faccia preoccupata di mia madre, apolitica nel Dna che però disse "già, oggi è il giorno dell'ultimatum". Flashback, in bianconero, senza che per gli appassionati ci sia Juventus. Fatti che ci stavano sconvolgendo, anche se eravamo piccoli e piccoli siamo rimasti, credo. E le Brigate rosse, per come presentate, mi furono impresse in memoria come semplici e potenti cattivi,che magari avevano la solita storia in mente, conquistare il nostro mondo ed il nostro spazio senza ombra di dubbio, come l'impero di Vega nel primo cartone animato giapponese che ho amato: Goldrake. E bello che lui dicesse va distruggi il male, va. Sembrava quasi un input generazionale a futura memoria. Invece. 


Aldo Moro, più volte Ministro e Presidente del Consiglio nella Repubblica Italiana, all'epoca presidente del partito di maggioranaza relativa, la Democrazia Cristiana, fu rapito il 16 marzo 1978, con contingente e assolutoria strage efferata della scorta, ad opera delle Brigate Rosse, formazione sedicente rivoluzionaria posizionata, a detta dei suoi creatori, all'estrema sinistra. Moro, per inciso, quando fu rapito, era fautore di un governo di intesa con il PCI, lui, democristiano doc, anche se, nelle strana lotta implosiva delle correnti di quell'agglomerato politico, in "guerra "con il conservatore Andreotti. Tutto ciò quasi vent'anni prima dell'Ulivo e trenta anni prima del Partito Democratico attuale. C'è chi parla di profezia, di avventurosità o mera opportunità politica. Nessuno saprà mai se i famosi franchi tiratori di allora, sconosciuti ma efficaci, avrebbero potuto mettere il sigillo o tombare tale impresa politica. Dato certo che in questa faccenda un uomo è morto ( ed anche la sua scorta e poi tanti collaterali che sarebbe lungo dire che) mentre moltissimi protagonisti della politica quasi attuale ebbero (ed hanno ed avranno) un ruolo se non decisivo quantomeno letale nella vicenda, come è agli atti. 
Quelli pubblici e non censurati. 
Perché come emerge dal libro, diversi documenti hanno fatto la fine di tanti sogni. Si son volatilizzati e nessuno ne ha saputo nulla. E Moretti, capo indiscusso delle famigerate Br, per detta di tutti (tutti chi?) protagonista assoluto dell'intera vicenda sul fronte dei rapitori. Se non fosse che qualcosa di lui torna male ed insomma, pare che sia stato non solo implacabile e deciso, ma anche colluso. Per fare un esempio godereccio ed attinente a questo sito dove mi leggete, un clone intelligente e ben strutturato di altra e più ben ampia portata, guidato da altri ed apparentemente estranei manovratori. Le strategie, allora facevano morti e sarebbe il caso di non scherzare. Tuttavia l'esempio calza a pennello. Moretti, come troll in un sito rivoluzionario.



Tutto parte della situazione di tensione che allora si viveva. Opposti estremismi, crisi economica, destra impantanata e sinistra nella laguna dei diritti e doveri. La descrizione che passerà alla storia. In realtà gli anni Settanta tanto hanno dato e tanto hanno tolto, a noi, alla nostra storia. Ma non è questo il punto. Il libro di Sergio Flamigni, parlamentare Pci per venti anni e membro delle più scottanti commissioni di inchiesta della Camera, apre già noti scenari inquietanti, nella vicenda e su altre in itinere o già rimosse. L'Italia come serva di padroni, scorrazzata ed abusata da servizi segreti esteri, in particolare americani ed israeliani, con un governo che sorpassa allegramente la magistratura e asfalta la Costituzione senza avere paura di autostradare una via verso il nulla ed indirizza male l'arma dei Carabinieri al fine di avere una serie di risultati sconcertanti nelle indagini, con aggiunta di indubitabili dubbi di depistaggio. Risultato di cotanto camminare, un morto eccellente quale un personaggio politico di spicco come Moro, che, come qui si dice, inviso al potentissimo segretario generale Usa Kissinger e al Mossad (servizio segreto israeliano, anche esso temibilissimo e infiltrato ovunque) per varie e pesanti eventuali (aperture di varia tipologia a comunisti e palestinesi), non visto bene neppure a Mosca, in quanto destabilizzava il Pci e lo allontanava dal blocco orientale. Nonché, last but not least, personaggio di spicco e notevolmente di rilievo del partito che politicamente ha diretto il paese dal dopoguerra a quell'oggi. In questo ambito abbastanza claustrofobico, tra guerra fredda e realpolitik, Moro, dopo 55 giorni di rapimento, lettere, deviazioni, incredibili superficialità del Ministero dell'Interno presieduto da Cossiga (che si dimetterà, salvo tornare a poco come capo del Governo), delazioni e sviste, sbagli e controspionaggi, fu inevitabilmente ucciso. Con l'ombra dei nostri plurimi servizi segreti, con il peso dell'apporto di quelli che in maniera torbida non aderirono al partito della fermezza ( ovvero il fronte politico costituzionale che rifiutò ogni trattativa) salvo poi fare ancora confusione e poi un altro centinaio di fatti e dichiarazioni che davvero tendono una tela che ancora stiamo aspettando sia dipanata, decidendo chi fosse il ragno che l'aveva tessuta e soprattutto quanti insetti od altro riuscì a divorare. Detto fra noi, allucinante. Anche per chi fino adesso ha preferito cibarsi della Ventura, sognare un Grande Fratello e votare senza avere la conoscenza di quanto e sopprattutto del (dei) perché. 

In questo bello ed edificante panorama, compare poi in maniera massiccia e decisiva quel terrificante apparato semi mafioso e dagli intenti inquietanti che è passato alla storia come P2 e che invece era una sorta di Corporazione delle corporazioni che in nome del patto Atlantico e della sacrosanta lotta al comunismo sovietico seppe edificare una terribile architettura di inganni ed infiltrazioni di sapore illecito che ebbero il merito di dare oneri, soldi e onori solo ai soliti noti, senza preservare il paese o presunto tale da una inarrestabile decadenza fisica, storica, politica, sociale e morale. E sullo sfondo la figura del morto assassinato Mino Pecorelli, giornalista direttore del politicamente scorretto settimanale OP, autore di rivelazioni criptate ed inquietanti allusioni, morto mesi dopo proprio per, a quanto pare. Senza parlare degli omissis, nelle varie indagini, segno di un senso dello stato che, consentitemi, era andato a farsi letteralmente "fottere". 

Un testo fondamentale, per chi fosse interessato alla vicenda, per poi eventualmente approfondire le diverse faccende accennate. Stile ineccepibile, documentazione e citazioni davvero esaurienti, eccessive e discostanti ripetizioni nel saggio, dettate forse da eccessiva generosità informativa ed iterativa (ripetizione), tuttavia un documento monumentale su una parte dei misfatti o presunti (anzi direi più che accertati fatti) che hanno segnato uno degli episodi di cronaca e di politica che ancora oggi riverberano e segnano la storia di Italia. O comunque di quella nazione presunta tale di cui credevamo. Di far parte, se non altro.