martedì 14 gennaio 2014

Non dire notte (Amos Oz)


 
Amor, ch'a nullo amato amar perdona sentenziava il sommo Dante. Il sentimento più comune, invocato, vissuto, perso o ritrovato. Nella infinita serie dei romanzi che provano a narracelo senza scadere nell’ovvio, ecco la storia fra Noa e Theo, coraggiosi ed indipendenti, di mezza età ma non per questo non turbati dalla passione. E sullo sfondo il conflitto arabo-israeliano. Non aspettiamo mai la notte prima che finisca il giorno, ci racconta l’acuto scandagliatore di sentimenti Amos Oz, scrittore israeliano.
Una storia di slanci, perdite, distacchi, turbe, dubbi e ritrovamenti.
Un po' come è l'amore.


Ahi, l’amore, che brutta bestia, che suadente angelo, “che roba” insomma, quello che volente o nolente ci si deve a che fare a meno che non ci rassegna spingersi e piangere dicendo “è tutta colpa degli altri”. E poi., sia detto per inciso, non si parla qui dell’amore quello apparentemente terso e puro che si vive in epoche post adolescenziali anche di ritorno, ma quello serio, per così dire, quello impegnato, quello che veramente o la va o la    spacca, quello che insomma può decidere sul serio una vita, non una stagione, una esuberanza ormonale, un. Quando poi il giorno dopo tutto ricominci come se niente fosse. Qui ci si gioca un essere, un apparire, un volere, un potere. E magari, anche se il sole tramonta, è bellissimo poterselo godere.
Conoscevo Amos Oz, l’autore di questo romanzo, per pura casualità, un libro recapitato per sbaglio, “La scatola nera”, che lessi per curiosità e gratitudine all’anonimo postatore che errò indirizzo (anzi, per dirla fra noi, a chi andava e magari perché?). Rimasi abbastanza affascinato dallo stile (pur parlandosi sempre di traduzione da lingua straniera, ATTENZIONE) e dalla facilità con cui questo scrittore, uomo, indagava sentimenti femminili e maschili con sapiente sagacia, a mio modesto parere, non con la solita rozza, facile, archetipica superficialità. Non che l’uomo bruto e nudo sia sostanzialmente non degno di mettersi in parola, ma pur sempre appare limitato, come lo sono le donne. Ma quel romanzo mi lasciò un segno, anche per come riusciva a calare il lettore in un realtà così lontana ma nello stesso tempo mass-mediatica del Kibbutz, la casa colonica (nel senso di colonialismo) israeliana, ubicata in territori arabi o ex arabi o insomma,
Ma torniamo al nostro, di romanzo. Una splendida, vigorosa, efficace narrazione. Fatta di capitoli alterni, dove uno dei componenti la coppia prende la parola, non sempre in maniera matematica, talvolta seguono impressioni dell’uno o dell’altra, tutto per il rendere la vicenda romanzata e non semplicemente telenovelica o egocentrica.



Theo è uomo dall’affermazione ultra-individualista, famoso nel suo paese e anche altrove, buon architetto, ammanicato, che poi però ha scelto lo sdegnoso silenzio e l’appartarsi e l’appartamento, trombato come altri, non solo nel senso volgare e di uso comune destinato a pantofolaio, semplicemente nessuno gli dà e lui non sopporta più certi meccanismi di potere non per questo decidendo che la sua sia incompetenza in materia. Cova le braci dei suoi sogni distrutti dai venti della politica e della disillusione, si avvicina o supera quell’età che prima o poi, dio volendo, ci tocca a tutti ed insomma, fa abbastanza autocritica ma non troppa, in fondo, anche se a volte nel modo sbagliato, ama. E’ ancora affascinante, potrebbe avere ancora la conquista nel senso più volgare inteso, è ancora noto, potrebbe ma insomma si è stufato, si vede che ha una certa stanchezza e soprattutto, gli piace la donna accanto, fattore fondamentale per. Detto fra noi talvolta ha la fascinosa e decrepita capacità di rompere i coglioni. Scusate la parola, ma insomma. Capita. Poi si riprende. E’ come l’amore, quello vero, una sorta di tartaruga più friabile e meno gusciosa ma pur sempre retrattile.

Noa invece, più giovane e ancora bella ma ancora impegnata però, ancora forse, sarebbe perfetta come una dea se lei se non fosse che qualche dubbio affiora    anche se le rughe non sono così sempre impietose Dati i tanti volgari, concupiscenti ed inutili pretendenti alle grazie, è una donna fatta, insicura delle sue sicurezze e sicura delle sue insicurezze. Non una donna perfetta, quelle stanno nei film e nei blog delle ragazzette adolescenti, bella ed emotivamente attiva, certamente non ancora una di quelle preda di sintomi post adolescenziali o tardo senili, seppur docili e comprensibili. Può fare tutto, Noa, che, come nel corso del romanzo si dice, non dà noia, ma Theo a volte scuote la testa e non dorme eppure la ama o la cerca. Noe a volte lo ama a volte vorrebbe non amarlo ma poi alla fine. Magnifico, come raccontato, veri, come di rado capita o dovrebbe capitare.
Splendido romanzo, denso e non certo scorrevole come si usa nel senso del termine, ma non cervellotico, nemmeno atavico o pensante o pesante. Bello, ma chi ha vissuto o vivrà situazioni analoghe o paradossalmente completamente diverse, perché il bello della Letteratura vera è quella di raffigurare, più o meno con compostezza non è la nostra vita (ahi che brutto, ancora uno specchio), ma mondi eventualmente paralleli ma abitabili, che potrebbero essere di ognuno di noi anche se magari in un certo momento, ad una certa lettura. Certi mondi non sono di nessuno, come le terre di mezzo di un fu Tolkien, sì, quello del Signore degli anelli.
Straconsigliato a chi gli va e anche a che non gli va ma ha il coraggio di non voler leggere sempre la solita solfa autoreferenziale in cui si rispecchia. Qui ci si critica, ci si conquista, ci si perde ma poi, quando succede quella cosa innegabile e indefinibile di nome amore, ci si ama. E lo si fa con maturo ed inconsapevole contrasto, come nella migliore tradizione di quello che dura e non si scioglie. Senza scegliere ma scegliendo, lei è la mia donna, lui il mio uomo
"Quel che resta del giorno", come un bellissimo film di Ivory che parla di amore in quel caso non consumato, come questo sole di oggi, che mentre scrivo si fa attendere.


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Pubblicata in origine sul sito www.ciao.it