Come si fa ad non essere con gli anziani fratelli McPheron, induriti dal freddo di questa isolata cittadina di Holt, che nella vita hanno parlato solo con le proprie mucche e ascoltato solo il canale radio che aggiornava i prezzi sia della carne che del mangime? Statuari quanto friabili in alcuni attimi, dove il peso degli anni vissuti assieme senza genitori e sempre da soli in quella loro fattoria gli fa balenare la sensazione che la vita può essere anche altro.
E ci troviamo preda delle stesse ansie di Guthrie,
che deve digerire l’abbandono della moglie, badando nel frattempo a due figli
piccoli che si avventurano di continuo pericolosamente ed affrontare con piglio
deciso i problemi che gli dà la scuola dove insegna, in particolare la violenza
e l’arroganza di uno sbandato suo studente e dei suoi due rissosi genitori.
Stile affatto secco e nervoso, ampie digressioni
per rinsaldare rafforzare l’idea di un posto isolato dal mondo, dove vigono
ancora quasi le leggi primordiali della natura, nessun paragone da fare con
altri, Haruf ha una sua cifra stilistica, l’unica che mi vien in mente è la Strout
di Olive Kitteridge, ma più per la struttura che per analogie di diversa natura.
Ennesimo scrittore statunitense se vogliamo più
legato alla tradizione classica di quella narrativa a differenza di altri
ancora viventi, a sua differenza, che altro scelto altre strade, per certi
versi europeizzandosi. Mi riferisco ai vari Roth e Franzen, più che alla
novelle vogue postmoderna che si è ampiamente nutrita di De Lillo ed i cui esponenti
più noti sono forse Eggers e Wallace, due autori che mio malgrado non ho
proprio digerito. Amen.
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