lunedì 21 luglio 2014

L'opera struggente di un formidabile genio (Dave Eggers)




The end. Arriva l'ultima pagina, si chiude il libro. Nella bocca un sapore dolcemaro, soddisfazione che si mischia a insoddisfazione. Mentre vai a letto ti chiedi avrò letto un bel libro o solo il trailer di un possibile scorpacciata di adrenalina intellettuale destinato solo a lasciare insani appetiti pensierosi?
Riavvolgi il nastro, ripercorri la storia. Bisogna scoprire cosa ha guastato il dolce e l'amaro, il sapore. La prevista abbuffata di emozioni, per un ingordo e bulimico mangiatore di sogni su carta, non ha avuto nessuna soddisfazione...né in poesia, né in prosa, ahimé.




Un adolescente e un bimbetto di pochi anni ma di un'orrida e cocciuta e testardaggine perdono entrambi i genitori. Dave e Toph ora hanno la vita, davanti a loro. I fratelli maggiori, il post-yuppie Billy e la bisbetica quanto mai pratica Beth, celiano e soprattutto adorano la soluzione indolore: dare soldi sì, ma quanto a pulire casa ed accompagnare Toph a scuola. Beh, il ragazzo ha un padre adottivo: suo fratello Dave.
Inizio paradigmatico e certamente in grado di tutti i possibili sviluppi, il romanzo però non decolla. Eppure il romanzo di formazione offre di sicuro molteplici vie di sviluppo a qualunque schema narrativo, dico, parliamo di due bimbi - ragazzi che spesso si scambiano l'età e la razionalità oltre che insulti, abbracci, confessioni ed il disco del frisbee o la mazza da baseball… ma io aspettavo scosse e tremori, fremevo per marosi agitati e piogge intermittenti oppure scroscianti. Invece niente tuoni, nessun rumore, sobrietà, eleganza e sorrisi che adornano una storia drammatica e trasposta sì con leggerezza, ma troppo spesso insostenibile, e mi si perdoni, Kundera qui non esiste, non è mai passato da queste parti.
Gli ingredienti, a dire il vero, erano succosi, ma diventano rinsecchiti. Dave e Toph, facce della stessa medaglia, simboli di un unico vivere, un Giano bifronte di due adolescenti divisi da anni e anni e di cui non si scopre mai il più piccolo o il grande, non mettono le ali, sono Icari che neanche provano a sfidare le leggi di gravità e il sole della fantasia. 
Poco serve raccontarci tante scene di sesso veloce, di coitus interruptus, di rimpatriate molto Grande freddo e poca verve, della giovane gang squinternata animata da Dave che decide di sovvertire il destino dell'editoria dei settimanali americani con una rivista che parla di niente, i continui sensi di colpa o di odio verso questi genitori spariti nella morte e che tutto sommato, erano colmi di fallimenti.
Il fatto è che il demiurgo di questa storia è ammalato di parolite, quella malattia per cui una vomita parole fino a rimanerne soffocato...e la narrazione intona il de profundis.

Le storie di una delusione, si sa, iniziano sempre con un appassionato colpo di fulmine. Eggers è uno degli autori più quotati negli States, considerato un prodigio precoce della ennesima new age della narrativa nordamericana.
Acerrimo nemico dei manierismi, titolare della funambolica rivista on line MCSWEENY's, ha fatto innamorare di sé critici e lettori, avidi di qualche sturm und drang che si ripromettesse di risollevare le amene sorti della letteratura d'autore, destinata ormai non solo in America, e certo non per effetto di recessioni o di instabilità politiche, ad essere messa in soffitta ed archiviata nel bene e nel male come una parentesi ormai morta nell'eterno divenire dell'ambizioso essere umano.
Ma il messia si è stritolato da solo, vittima del suo io.
Un continuo stop and go che non arriva mai a dama, una autobiografia letteraria con frizzi e lazzi da grandeur, esasperante per megalomania, con un'intera parte centrale che esula dalla storia e diventa metaletteraria, si avventura in discorsi per addetti ai lavori che non sono solo contestabili tecnicamente, ma che sono posti e riproposti con la leggerezza di un mammuth, con la grazia di un tank americano nel deserto della emotività. 
Eggers forse avrà talento, ma come mago indovino sui destini della letteratura deve rileggersi e meditare, tanto per dirne due, Calvino e Quenau, per favore. Poi ne riparliamo.
E poi passi per questa borghesia americana così inerte e senza nerbo, vada bene per questi sobborghi di grandi città che fanno diventare le ambientazioni del recente telefilm Desperate Housewives un capolavoro…ma qui c'è un'America molto (troppo) europea, con servizi sociali che non funzionano o che risultano burocratici all'italiana, problemi di affitto, beghe di condominio alla de Filippo, un perbenismo imperante, una curiosità morbosa e bacchettona di attivi middle class con la ciccia da troppi hamburgers e il tutto slegato e quasi corroso dalla mania dell'autore di ubriacarsi da solo di parole, aforismi, cinismi e imperialismi del verbo senza mai sfociare a qualunque sbocco, un fiume che si intoppa autoflagellandosi con continue dighe. Il mare del Romanzo Perfetto questo riottoso fiume non lo vedrà mai. 
Un affresco certo insolito e fluviale, in taluni sprazzi anche coinvolgente che evidentemente paga pesante dazio al suo inimitabile padre, "Il giovane Holden" di Salinger (Einaudi), il vero libro da leggere ancora oggi anche se edito negli anni cinquanta perché ha quella leggerezza e quella capacità di tradurre in narrativa gli anarchismi e le sbottate di a young boy che prende coscienza del mondo, ebbene, lì si ha peso e misura.
Holden era altro, Holden era icona di un mainstream, è un Peter Pan anarchico che svolazza sbattendo su muri e finestre e approdando sorso dopo sorso a quella bevuta a volte docile, a volte amara, a volto solo alcolica che è la vita. 
Anche se talvolta magari si passa dal vino alla grappa, cambia solo la gradazione, non l'ubriacatura.



Il problema è che Eggers, assieme a Wallace, ormai drammaticamente scomparso, viene identificato come punta di diamante di questa (presunta) rinascita della letteratura americana, dà l'idea di possedere ottime frecce al suo arco, ma deve imparare a tenere l'arco, e a scegliere frecce consone ai suoi strumenti di tiro.
Il demonio del parlarsi addosso s'è impossessato della sua penna, o, visto i tempi che corrono, della sua tastiera, ergonomica probably. 
E dire che non ho accennato alla prolissa e delirante introduzione a cura (of course) del medesimo autore, la quale dovrebbe ammiccare al lettore, farlo ridere, metterlo a suo agio, ma che in realtà già ingenera pesanti sospetti sulla parolite dell'autore.
L'opera d'arte, dicevano i fine esteti, è questione di proporzione. Quello che manca qui non sono né le capacità, né la trama, né l'ironia o la profondità. 
Manca la misura. 
E allora va bene OPERA, va bene STRUGGENTE, va bene al limite, in ironico auto-falso-compiacimento, anche FORMIDABILE GENIO. 
Non va bene il romanzo. E allora cancelliamo il nastro, non si riavvolge più niente, è finita l'elettricità, son scariche le batterie.

Holden è morto, viva Holden.

pubblicata su www.ciao.it  23 Gennaio 2006