lunedì 11 gennaio 2016

Barnabo delle montagne (Dino Buzzati)

La vita. La sfida. La riservatezza e l'ambizione. La sete, la fame, la paura. Sembrano parole facili, scontate. Ma non è così. Sono concetti impervi, come la parete di una roccia scoscesa ardua da scalare. Una favola molto tipicizzata e manierata, ma che rivela già le doti di un Buzzati ancora acerbo ma già alla ricerca di stile e stilemi per dare vita alla sua narrativa. Meno epico e esistenzialista del successivo Il deserto dei Tartari, distante anni luce dalle tematiche dei suoi ultimi romanzi quali Il grande ritratto oppure il più famoso e "scandaloso" Un amore.



Bàrnabo. Personaggio romanzesco ma anche archetipo romanzesco. Di carattere mite, appartato, non per forza sereno ma nemmeno preda delle isteriche vivacità ed opacità della vita. Fa il guardiaboschi, sulle pendici montuose di questa catena montagnosa che tutto avvolge, circonda, sovrasta e silenzia. Lui ed i suoi compagni di avventura hanno un compito gravoso. Bisogna stare attenti soprattutto alla Polveriera, ci mancherebbe. Armi, munizioni, tutto quanto sia prezioso a difendere e offendere per la comunità che vive a valle. E questi nemici esisteranno davvero o sono solo una presenza fantasmatica che aleggia fra i silenzi incontrasta t i della zona? Sono ess e ri normali, uomini oppure soprannaturali?. La montagna protegge, nasconde, sa tutto ma non rivela, veglia e minaccia allo stesso tempo su ognuno. Volente o nolente, ecco. 

I briganti, certo . Non si vedono, ma di sicuro spiano, per carpire il momento giusto per attaccare. E quando lo fanno, non hanno pietà, ne sa qualcosa il capitano Del Colle, ucciso in una loro temeraria incursione. Il momento dello scontro sembra sempre ad un passo, questi assaltatori non hanno tregua. E Bàrnabo nonostante tutto non sa se preferisce che arrivi il fatidico momento oppure sia meglio che non accada, che venga rimandato. La vita non perdona. Però. Un girono come tanti. Bàrnabo è con l'amico Bertòn. Eccoli i briganti. Ma lui non urla, non corre, non spara. Si nasconde. 
La condanna sarà inappellabile. Fuori dal corpo, deve andarsene sconfitto ed in piena colpa in esilio in campagna, nella piatta, amorfa pianura, per meditare e lavorare la terra come un uomo qualunque e non un guardia bosco. La vita di solito non concede una seconda possibilità. A meno che non si vada a sfidarla, non la si chiami con forza per dirgli avanti, fammi vivere. 



Primo romanzo del bellunese Dino Buzzati (1906-1972) nell'oramai lontano 1933, mette in luce molto delle qualità che poi renderanno famoso lo scrittore negli anni successivi, specie con i racconti. In ogni caso anticipa le grandi tematiche che fanno da nucleo narrativo a quello che è considerato il suo capolavoro romanzesco, ovvero il Deserto dei tartari: l'attesa, il riscatto, la paura e la voglia della grande prova. Con in più l'onnipresenza della montagna, elemento che farà da sfondo o da protagonista quasi animato in molte sue narrazioni. Se lo stile è algido, pulito, essenziale, affatto intriso di ridondanze dannunziane o reminiscenze rondesche, la storia tuttavia appare non solo troppo schematica e didascalica, ma assomiglia più ad un exempla morale che ad un romanzo ben sviluppato e compiuto.