mercoledì 30 luglio 2014

Foto di gruppo con signora (Heinrich Boll)


Certo che è difficile sottrarsi al fascino di Leni Pfeiffer. Quasi impossibile. Come forse la signora Bovary di un secolo precedente, Leni è una donna magnetica, calamita attenzioni, sorrisi, dubbi, certezze ed incertezze. A suo modo mitica. Leni è assoluta spontaneità e naturalezza, sentimento orgoglio, passione. E poi spensieratezza e conclusioni, sconclusioni e pensieri.
Leni è una donna, anche se di carta, perché vive solo tra le pagine di un romanzo per certi tratti geniale e per certi versi smisurato e scomposto, che inchioda lo snodo cruciale della sua storia in anni difficili, memorabili perchè dannosi, fatti di morte,sangue, tradimento odio e disprezzo, anni di guerra, anni della seconda guerra mondiale.
L’ambientazione è in Germania, il paese che di guerra ferì e di guerra perì quasi a metà del secolo ventesimo. Paese che fu reinventato, ricostruito e distrutto da un orrido megalomane, che seppe conquistare i potenti e soggiogare le masse per portare rovina a quasi l'intero mondo europeo. Ma non era solo, è bene ricordarlo. Quelli che materialmente agiscono sono altri, lui era un capo. Al di là di ciò, risulta oltremodo interessante gettare uno sguardo sulla seconda guerra mondiale senza le partigianerie di sorta che animano la nostra letteratura nostrana sul tema, nella terra degli sconfitti, dove il personaggio principale è una donna a suo modo irripetibile, tratteggiata dalla penna di uno scrittore ispirato.


Ma torniamo a Leni. Donna che prova il primo orgasmo al contatto con l'erica, che si innamora della persona sbagliata nel posto sbagliato e che per riparare, si innamora nuovamente della persona sbagliata al posto sbagliato. E' il simbolo dell'amore senza confini, dell'amore che non conosce restrizioni o preservativi sul cuore, di quell' attrazione che se ne "fotte" della storia, dei giorni, delle notti, degli spari e dei silenzi, amore maestoso e potente, come un fulmine a ciel sereno. Come una scarica elettrica e come l'amore è. E l'amore il vero protagonista, su un palcoscenico fatto di odio fra famiglie divergenti, con rapide ma eclatanti trattazioni su come il nazismo qualcuno lo abbia amato, altri odiato e di come qualcuno sia solo montato sul cavallo che correva traendone vantaggi abnormi. E Leni, con un marito morto ed un concubino prigioniero russo scomparso, una volta ricca ed ora sull'orlo del collasso, è lì che non si chiede perché, mentre, attempata, ancora riesce a turbare i sogni dei vicini, a concupire sessi, con il suono del pianoforte o con la luce di un sorriso, con un semplice inoffensivo ondeggiamento delle anche o con uno sguardo. Leni è la femminilità, improvvisa, incresciosa, indifferente ma continua. Chissà se questa donna riuscirà a non essere sfrattata, adesso, dato che tutto che ciò che fa è fatto per caso.

E la "signora", amata, odiata, vituperata, esaltata, derisa oppure aiutata, in questo ritratto che dura oltre 350 pagine nella attuale economica edizione Einaudi, è contornata da un gruppo mica male. Un gruppo di quelli che se descritto pare un circo, ma che se inserito con arte nello sviluppo narrativo assume quasi la funzione di maestoso coro che sprigionava energia nella tragedia greca. Insomma, catartico
Insomma immaginate. Un giardiniere che coltiva fiori e sogni di liberazione. E fioriscono entrambi. Alcuni nella sua mente, alcuni nella sua serra, alcuni chissà dove, che poi viene il vento e chissà dove va il vento. Immaginate poi famiglie contrapposte e acide, tra chi si imbuca nel regime vigente e lo sfrutta fino al midollo e poi torna, anche dopo le macerie, immaginate le fosse comuni, il disastro e l'occupazione. Sono sempre lì, e nessuno le toglierà mai. Invece poi c'è chi si perde, si ritrova, si perde si nuovo e poi cerca di riprendersi, vista l'età che avanza. Prostitute o simili, speculatori edilizi, gente che ruba, gente che è rubata. Sono tutti in questo libro e sono convincenti anche se a volte deboli, sconfitti, disillusi o vincenti.
Romanzo torrenziale e come torrente del fiume, forse il più famoso dell'aggressivo e caustico Heinrich Boll, scrittore tedesco che ha saputo aggredire la Germania ovest post guerra con celebri lirismi scritti con maestria ("Opinioni di un clown") senza mai eccedere. Questo scrittore ha il dono della mimesi. Se voleste, lo potremmo incoronare come uno di quelli dotati di vis narrativa. Seppure la sua collocazione sia sinistroide, non ha mai mancato di lanciare strali, fulmini e saette alla Socialdemocrazia inventata nella Germania allora fedele alla Nato. In questo romanzo, non il mio preferito dei suoi, l'affresco è comunque monumentale, lo stile giornalistico non estraneo a movimenti di avanguardia strutturalista cui Boll fu sempre vicino, l'ironia sempre sottesa e pronta a sorprenderti, i personaggi reali e che ti rimangono nella mente. Non può che far venire a mente il dramma vissuto dalla nostra Italia del nord, con quello che ignobilmente si consumò, grazie ad una fuga pavida dell'allora re savoiardo, nel nostro paese. Per non dimenticare italiani contro italiani nel 1943 - e la Storia insegna ciò che l'accaduto ha comportato fino ai nostri giorni. Romanzo affatto documentaristico, molto narrativo, a volte un po' prolisso ma mai stancante e ridondante, fece conseguire all'autore il Nobel.
Cioè. Non che il premio sia un sigillo di qualità. Però ne vale la pena, ammesso che sia pena e non piacere, immergersi nelle pagine di cui un autore che a mio parere , dal mio punto di vista, ritengo che meriti, senza trucco e senza inganno.


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Pubblicata su Ciao.it il 16.05.2008