martedì 25 marzo 2014

Treno di panna (Andrea De Carlo)


Chissà quanti di noi nella vita sono stati almeno una volta come Giovanni Maimeri, l'io narrante di queste scorrevoli ma puntigliose e veloci pagine tutt'altro che superficiali come lui, ma anzi, dotate di un intimo spessore. Perché alla fine, tra le righe di questo romanzo, vien fuori anche questa domanda, fra le altre. Tipica espressione di pochezza e arrangiamento all'italiana, convincente metafora o comunque incarnazione dello yuppismo anni ottanta, misurato e nello stesso tempo calibrato nel celebrare il piccolo grande sogno americano di ogni medio italiano provinciale,''Treno di panna'' è libro dalla trama semplice e dai contenuti incisivi. Un 'elegia compassata e compatta, per certi versi spasmodica ed allucinante più che melensa e romanticheggiante, del sognare l'America all'italiana.




SOGNARE L'AMERIKA
Uscì nel 1981, e rappresentò un esordio narrativo clamoroso e fulminante del giovane Andrea, autore promosso addirittura da un mostro sacro quale Italo Calvino ed accolto trionfalmente da pubblico e critica, tanto da avere una successiva versione filmica con regia dell'autore e con  Sergio Rubini e Carol Alt nel 1988 di cui, però, non si ha più traccia né rimpianto, come sussurrano voci di corridoio di quei pochi che l'hanno visto. Giovanni Maimeri è giovane giramondo che può fare tutto e sfoglia continuamente la margherita delle possibilità esistenziali, voglio, non voglio. Nel frattempo lo troviamo che si sta impratichendo con una certa solerzia nel non fare niente, mentre va a trovare due amici californiani, una coppia che nello stress, nelle ansie, nella paure e nelle nevrosi è perfetta icona del ritmo iperproduttivo del lavoro contemporaneo. Qui la loro eterna e desertificante fibrillazione è anche accentuata dal loro aspirare ad Hollywood e derivati. Siamo a Los Angeles infatti, sterminata distesa di contraddizioni ed aspirazioni sociali, luce, asfalto, villette e tuguri, neon e bambagia, america massmediaticamente allo stato puro perlomeno agli occhi di un giovane, confuso, arrivista italiano. E non è un caso che la storia sia ambientata nella città californiana,emblema dell'effimero edella fama, del gioco e dell'azzardo, della vita che aspira ai massimi successi, icona del tutto e del niente, cinematografica per tanti suoi aspetti anche se la vita non è un film. Maimeri pianeterà presto la coppia alla ricerca di. Per qualcosa. Mai per qualcuno. E nelle sue (trite e ritrite) traversie di emigrante in Usa, tra sfruttamento e diffidenza, avrà la sua chance, inventandosi tra un' acrobazia ed un falso curriculum, insegnante di italiano ed avendo la fortuna di andare a insegnare ad un suo mito (carnale, oltre che monetario) hollywodiano: la sciapa ma famossima attrice Marsha Mellows, attraente quanto snob e melliflua. Interessante poi la varia umanità che compone la cornice narrativa e rende più compatta la trama e godibile la lettura. Trai tanti segnalo la evanescente Jill, pseudo amante di Giovanni, pallida stella senza cielo, ragazzina capricciosa che si nutre di sogni e vomita solo bruschi risvegli. Immancabile, credo più che mai stavolta e non solo per esercizio di critica letteraria, una nota sullo stile di De Carlo: una levigata, minuziosa e sintetica macchina fotografica, che senza impennare verso l'aulico e senza mai cadere nel mero prosastico, accuratamente immortala particolari visivi o di sensazioni tattili che presi da soli possono apparire insignificanti, ma che in realtà nel complesso, accuratamente legati come sono, danno una impressione di superficie descrittiva compatta ed accurata che va a nascondere un desolato vuoto interiore del protagonista che, non a caso, è fotografo per hobby, con finalità diverse ma spunti comuni che rimandano, ove qualcuno l'avesse visto, all' Harvey Keitel tabaccaio ed amante della fotografia nel bellissimo e forse già dimenticato film "Smoke" . E come contiguità stilistiche, poiché il film citato è tratto dallo scrittore americano Auster, ebbene se vogliamo spingerci nel paragone suggestivo, si somigliano con Andrea, almeno qui. Questa lettura suggerisce comunque anche altri rimandi meno pindarici. Tra i tanti l'eco più forte che rimbomba fra gli scenari, i dialoghi e i personaggi di questo romanzo è Il grande Gatsby di Fitzgerald, scritto più di 50 anni prima eppure allo stesso modo attuale, a dimostrazione di quanto anni luce in senso di struttura della società rappresentata nei libri separano gli Usa dall 'Italia. E assieme al diverso e lontano, al contemporaneo Tondelli, questo testo incarna perfettamente gli anni ottanta nella letteratura italiana. Qui infatti si celebra un ritorno al disimpegno, alla scalata al vertice, dopo anni come quelli dei settanta, pieni di lotte, rancori, furori e conquiste sociali di un certo spessore. Testo dunque emblematico,a suo modo generazionale, ma anche di interesse storico-sociologico. Tutte notazioni con valenza positiva, sia chiaro, perché il libro (di facile e scorrevole lettura, anche se dettagliato e a volte quasi esageratemente minuzioso) è un ottimo romanzo, rimasto "solo". Perché poi De Carlo, a parte la perla di Due di due e poco di Uto, regalerà tante clonate narrazioni che susciteranno in me cocenti delusioni, con iterazioni di temi, motivi e personaggi. E se qui la debolezza della trama è controbilanciata dallo spessore del contenuto, un tentativo letterario di dare forma al vuoto, in altri casi la pochezza della storia risulta semplicemente irritante.

Pubblicata su www.ciao.it il 23.01.2008