lunedì 4 agosto 2014

La trama del matrimonio (Jeffrey Eugenides)


Amore? Ma davvero, cosa sarà mai, magari tutto, magari nulla. Come definire l'eterno impalpabile sentimento che ci esalta e rovina ma pur sempre rimane sfuggente, non capibile, insomma, quasi fuori dal mondo.Tutti, credo, almeno una volta (una?) hanno detto "ti amo". O almeno se lo sono sentito dire. O infine, hanno pensato di. Insomma,. Universale, come solo il sole può essere. O anche la luna. Come il giorno e la notte.


È un freddo inizio di giugno a Providence, Rhode Islanda Stati Uniti, 1982. Piove e il sole fa difficoltà a bucare le nuvole. Madeleine Hanna si sveglia male, ha la testa che gira, sta semplicemente sobbarcandosi i poco tranquilli postumi di una colossale sbornia. Peccato che oggi sia un giorno importante, è la sua consacrazione, la festa di laurea della sua Università, la Brown University, non di prima scelta ma comunque di un certo livello. I genitori suonano furiosamente alla porta, sono giustamente impazienti di vedere dove alloggia la loro figlia da quattro anni in attesa dare un senso concreto ai loro sforzi finanziari. Madeleine fa fatica. Sapeste quante ne ha passate e quante ne passerà. Niente di epico o memorabile, ci mancherebbe, siamo negli anni Ottanta, quello che è stato rimarrà nel limbo, quel che verrà nessuno ancora, per fortuna, può immaginarlo. D'altronde è troppo giovane e forse aspira ad invecchiare presto, Madeleine. Alla sua età, attorno ai venti anni, si fa fatica a capire il concetto di futuro, di passato. La vita pare inesorabile e complicata, fluente ed avvolgente, il senso delle Storia, delle proprie aspirazioni naviga a vista, l'amore un affascinante mistero, estremista ed estremizzante. Leonard, il suo conclamato e malato ragazzo, l'ha lasciata. O forse lei ha lasciato lui da qualche tempo. Ed insomma, i suoi non ne sanno nulla. Eccoci capultati in una di quelle che chiamiamo storie vere, le narrazioni senza tempo, che sgorgano dalla tradizione ma che non ci tradiscono mai. di quelle che. Anche perché Madeleine ha un amico, Mitchell. I classici amici maschi. Sempre presenti, mai assenti, come no, encomiabili, ma infine innamorati quando poi non hanno una chance. O quando ce l'hanno, la falliscono. Valli a capire. Valli. Molto difficile peraltro è anche capire le femmine. Insomma, un bel casino. Leonard è grande, grosso, potente sin quando la malattia, la depressione, non lo cancella dal mondo reale. Mitchell è brutto, complessato e bruciato da fuochi mistici, dopo l'università si iscriverà a teologia forse, figuriamoci, come sono strani questi aspiranti preti.
Un depresso clinico ed un quasi mistico. A Madeleine piacciono così.
Una storia a tre, sullo sfondo di una nazione allora in piena recessione ma prontissima a catapultarsi nell'era yuppie. Gioventù provinciali e sbandate, pulsioni ormonali e aspirazioni filosofiche ed intellettuali, famiglie tutto sommato impreparate alle novità che si prefigurano, un mondo universitario dove il personalismo dei professori di gran lunga impedisce una seria, concreta educazione di base.
Svariate, continue, talvolta forse prolisse oppure ridondanti le citazioni letterarie, con numerosi titoli specie di romanzi vittoriani e testi filosofici di ogni genere e corrente talvolta anche interpretati testualmente, a dare una vaga aurea universitaria e professorale all'intero racconto.
Aspiravo (aspiratore di professione come sono) a leggere Eugenides, uno del 1960, di origine greca ma trapiantato (direi radicato) negli Stati Uniti, per nascita. Autore per così dire non ancora celebrato e celeberrimo, ma che gode di stima diffusa presso i canali non ufficali grazie alla particolarità delle storie raccontate in due precedenti romanzi, “Le vergini suicide”, trasposto al cinema da Sophia Coppola e Midllesex. Traspare evidente quella intima vis narartiva che oggi forse, in epoca di sensazionalismi spesso di spessore meramente massmediatico e internettiano, magari si va perdendo.
Non c'è eccessiva perfomance politica nel suo raccontare e nemmeno qualche volo pindarico stile “il mondo che vorrei” oppure qualche aspirazione a formalismi postpoderni. Egli fa il naturalista, fotografa una realtà, presuppongo la sua o quella di cui sapeva o voleva sapere. Un perfetto catalogo di come oggi, la struttura ottocentesca del romanzo possa ripetersi e perpetuarsi senza però apparire ingessata o dagli stilemi pieni di rughe.
Romanzo insomma ben costruito, ben tradotto. Onore e merito all'autore che in nome di una serità autoriale e letteraria è restio a comparire in pubblico e scrive e pubblica quando ne è convinto ( tre romanzi in quasi venti anni).
Come al solito il libro regala solo pagine scritte, non ci illustra nulla e dobbiamo scoprire tutto da soli. Ma immaginate questo greco. Che diventa statunitense. E che poi. La globalizzazione, già. 



su ciao.it 22.01.2012