mercoledì 4 giugno 2014

La metà di niente (Catherine Dunne)


 Svegliarsi. Preparare la colazione, salutare il marito, accudire tre figli, nessuna fatica, un immenso amore che travasa, trabocca, rabbocca, alla faccia del diabete. Aprile è il mese più crudele cantava il poeta Eliot e purtroppo per Rose questo 3 aprile sarà di una crudeltà inaudita e invincibile. Il marito infatti, valigie in mano, se ne va. Non è finita una storia, a sua detta pare che non sia mai iniziata e dunque. Ovviamente lui ha un'altra, a quell'età è facile mollare tutto e dire ricominciamo, in fondo che costa lasciare sola lei e tre ragazzi, i soldi comunque ci sono. Storie di ordinario abbandono, quella volgarità comune e legittima chiamata separazione e poi divorzio, un bel giorno un coniuge si sveglia, decide che quegli anni insieme si possono fottere ed allora addio. In genere le giustificazioni non ci sono.  Anche se a differenza di questo caso, non è solo voglia di avere un altro, più che un'altra vita. Vabbe. 


Ovviamente per Rose sarà una catarsi. Sarà uno sprofondare nel presente avvinghiandosi al futuro ed eliminando come file abusivi nel computer vari ricordi e premonizioni, quella volta che la guardò così, quell'altra che disse questo invece che quello e via. Ci sono diversi modi per rimanere soli e reagire ad un abbandono, ma il minimo comun denominatore è sempre quello di dimenticare. Soprattutto se oltre all'oblio si riesce a vangare e rivangare abbastanza letame da sotterrare qualsiasi possibilità di ritorno all'indietro. Rose amava suo marito, lui non amava lei, tutto qui. Peccato che ci siano voluti anni, per fare ciò che forse andava fatto prima. In realtà non era così, ma l'amore è il più crudele dei sentimenti, proprio come Aprile il più crudele dei mesi. Meno male che ha un'amica, che certe volte vomita solo rigurgiti di banalità, ma almeno la ascolta e quando serve le dà una pacca sulla spalla. E meno male che ci sono i figli. Solo sempre loro, nei migliori casi che cementificano edifici pericolanti come quello che Ben e Rose hanno costruito o creduto di. Perché in realtà il loro è stato solo un camminare assieme, talvolta svogliati, mai un costruire. E quindi il buon Ben, come ha trovato un corpo su cui sfogare le voglie, si è detto addio. Ma non potrà più tornare, chiaro che no.
Amore che viene amore che vai cantava De André, la stabilità più instabile dell’universo che comincia con una scintilla diventa fuoco e si sbriciola via in un istante come se terremotato da forze sconosciute eppure sempre presenti. Succede. Non dovrebbe, eppure.
Troppo femminista forse o poco maschilista, l’eterno egoismo dell’uomo, l’innato vittimismo sognatore e pratico allo stesso tempo della donna. Una faciloneria che purtroppo scade nella armonica serializzazione dei romanzi “Harmony” dove anche il male è così perfetto che quasi quasi il lettore gli vuole bene.
Non è sempre così e generalizzare in modo aperto e stentoreo una dissertazione analitica e didascalica di un Giano bifronte, delle due facce di una stessa medaglia ovviamente fa scadere e non di poco il il contenuto del romanzo. Scivola via leggero e docile malgrado il dramma, scrittura flessibile e sinuosa, ritratti psicologici indubbiamente chiari, ma tutte appare maledettamente artificioso e schematico come nei film di cassetta hollywoodiani e dunque la mancanza di problematica rende il tutto una elegante fiaba che non può avere aspirazioni di perfezione. Nessuna storia si somiglia neanche lontanamente, ma si ha bisogno di arrampicarsi e tenersi stretti a stereotipi immortali per difendersi dall'attacco entropico della mutevolezza dei caratteri, dei tempi, degli umori e degli ormoni.
Insomma bocciamo la Dunne, irlandese del 1954, molto quotata qua e là in forum, per la evidente e quasi pretenziosa schematica moralità didascalica, un poco come un altra scrittrice dai toni rosa e dalle parvenze autoriali come la Nemirovsky di “Jezabel”. Entrambe sicuramente dotate, ci mancherebbe, ma talvolta la verità inconfutabile di certi assiomi meriterebbe di essere romanzata invece che pedantemente essere semplicemente messa su carta.


  
Siamo così 

è difficile spiegare 

certe giornate amare, lascia stare, tanto ci potrai trovare qui, 
con le nostre notti bianche, 
ma non saremo stanche neanche quando ti diremo ancora un altro si". 
Così cantava la Mannoia, in una canzone davvero meritevole ma insomma, un po' restrittiva. Il mondo femminile rimane davvero immenso e variegato, forse più di quello maschile, ma abbandonarsi ai totem e tabù di junghiana memoria non fa che aumentare il dividersi. Credo che non leggerò più nient'altro della Dunne, per dire. esemplificare è necessario, banalizzare resta un'arte.

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Pubblicata su ciao.it il  02.03.2013