13 gennaio 2016

Firmino (Sam Savage)

C'era un famoso romanzo di Steinbeck, noto scrittore statunitense di romanzi degli anni Trenta (su tutti “Furore" che per inciso consiglio vivamente) che intitolò un suo libro "Uomini e topi", dove si narrava una cruenta amicizia negli Usa che furono. E ben venga questa citazione per il testo da presentare. Perchè si parla di letteratura, uomini e appunto topi, anzi ratti, per carità, che, da quanto ho potuto evincere, se la prendono male se non vengono identificati con il giusto nome, è come dare del cane ad un lupo, dell’asino ad un mulo e così continuando all’infinito. Tutti esseri viventi, ma con una propria e precisa identità animale, noi compresi, per carità, dio ci scampi e liberi dalla confusione.
Una favoletta, niente di eccezionale. Assolutamente consigliabile ad esempio a pre- o adolescenti secondo me.
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Bestiologia premessa, Firmino è un ratto ultimo di una promiscua nidiata, figliato da una madre abbastanza "sui generis", scanzonata ma ubriacona, che sin dalla nascita ha segnato il suo destino. Il cupo anfratto che gli fa da tana è infatti un remoto angolo di un oscuro scaffale del deposito di una libreria. Per fato o per drammaturgia comandata, il nostro eroe comincerà a sgranocchiare le pagine dei libri più che avanzi di lauti umani pasti e formaggi più o meno con denominazione di origine controllata e, come per una insita magia nascosta nella parola scritta, avrà tempo, modo e a questo punto fame, per ingurgitare una variegata e compostamente onnivora branca della sapienza cartacea, sia essa di natura meramente narrativa che invece scientifica, filosofica, filmica e quant’altro. Firmino si nutre di lettura, più che di materia succulenta o magari avariata, sostanza più o meno saporita. Di appetito in appetito, Firmino non solo mangerà leggendo e leggendo proverà a saziarsi, ma dovrà ingurgitare bocconi amari, non solamente per il notorio sapore ameno e amaro dell’inchiostro, putroppo, ma anche per.
Gli uomini, verso cui lui sentirà in qualche modo di rapportarsi in quanto autori (soprattutto), venditori (quando capita) e lettori (volendo), del suo prezioso ed insolito cibo, non sempre saranno all’altezza delle sue sognanti aspettative. Anzi, talvolta mostreranno il loro incalcolabile disprezzo per ogni fame, cartacea, spirituale o stomachevole che sia e produrranno in serie una innumerevole sequela di delusioni davvero inappetibili, ma c’est la vie.
Non sconfinando in un trattato dietetico e nemmeno in una ricetta spiritual-mangereccia di sapore vagamente filosofico, il libretto in questione snocciola inappellabili sentenze e sentenzia appelli a chi sappia raccoglierli. Esso divenne un caso letterario di recente, edito da casa editrice quasi artigianale negli Usa e in breve tempo onorato dai fasti dalle cronache giornalistiche e di economia libraria, a firma del prepensionando (artisticamente parlando) Savage, classe 1940.
“Firmino” è una fiaba affatto epica o memorabile che può fungere da ottima iniziazione agli esordienti della lettura o a quelli poco avvezzi. A patto di porre precise condizioni che la letteratura non è un obbligo, ma nemmeno per forza un mero esercizio di svago o disimpegno, semplicemente una attività che ha i suoi caratteri pregnanti e per così dire seri, che necessitano di umiltà, volontà e compartecipazione, di sensibilità e se volete anche di capacità. In un mondo che mi pare sempre più teso a parlare anzi sparlare più che ad ascoltare, più propenso al correre che al riflettere, più al riprodurre e all'investire che a guadagnare sogni e spendere desideri. Ebbene, un'operazione editoriale come la presente incontra il mio più pieno ed incontrastato gradimento al di là della effettiva riuscita letteraria che vi dirò, non mi convince ed appassiona.
Lo stile talvolta risulta addirittura quasi barocco, con una ricercata (capziosa) scelta di termini e lessici ad effetto, le citazioni inserite a random, senza un filo logico che sia comprensibile. Come i fuochi artificiali, come le stelle cadenti, come quando fuori forse si scriveva e tu non leggevi non attentamente, una miscela, per certi versi esplosiva, per altri quasi un fuoco fatuo, dal ritmo discontinuo e la trama esile. Ciò non toglie che nel complesso trattasi di ottimo soggetto per una futura trasposizione cinematografica, che magari già c’è stata ed io non lo so, ma si presta bene alle evoluzioni, circonvenzioni e soluzioni grafiche di coloro i quali ottimamente negli ultimi tempi propongo al cinema film di animazione di ottima fattura. La qualità nel libro sta nella breve ma incisiva morale che io, personalmente ne ho ricavato. Da tempo reclamo più tempo per la lettura, più attenzione, in un paese come l’Italia (e se volete in un sito come Ciao) dove la maggior parte, la schiacciante parte, reclama diritti di sola scrittura, convinti che si è adatti a dire più e meglio degli altri, in quanto possessori di memoria e abilità al di sopra della media. Purtroppo la media è bassa, la matematica non è un’opinione, insomma, sarebbe bello vedere aumentare la vendita dei libri e diminuire in numero uguale e contrario le recensioni ed i libelli. Un sogno il mio, come quello di Firmino, che da ratto agogna ad essere visto come lettore ed essere vivente ed invece alla fine viene confuso quale topo al massimo simpatico ed estroverso, nonostante il suo razzismo intellettuale, per così dire, e basta.
Credo di aver spiegato le quattro stelle: comunque, in ogni caso, benché il tutto profumi di mera e leziosa operazione di carattere commerciale o forse con fini cinematografici, tra un difetto e l’altro ha un pregio, per me davvero pregevole: leggere fa bene, non solo ai sogni ma anche alla realtà. Perché se ci pensate bene, nella nostre umane fattezze, entrambi i mondi non possono fare a meno uno dell’altro. E grazie alle nostre conoscenze, leggendo, di volta in volta scegliamo in quale parte stare, per quale delle fazioni fare il tifo. Senza mai dimenticare che nel bene e nel male, nell’odio e nell’amore, sempre umani siamo. E va bene così. Fino a prova contraria. E ciò non toglie che per chi ne ha voglia, istinto e magari anche dote, è bello scrivere. Lettura permettendo, sia chiaro.


12 gennaio 2016

Nordest (Marco Videtta, Massimo Carlotto)


Quel Veneto che non ti aspetti. Certo, miracolo italiano, economia che tira attira e magari in alcuni casi “stira” i lavoratori. Come no. Bella vita, un pizzico tra coca ed alcolici, commistioni politiche e vai, tutti in Romania, quando si mette male, lo Stato prova a fare capolino ed insomma con il solito funzionario di Polizia bloccato a priori, la presunta produttività e competitività si riduce al solito girone infernale dantesco fra maneggioni, lussuriosi, qualche sfigato e l’innocente di turno messo alla gogna e giustiziato, che tanto così va. La lezione che emerge dalla parabola del Francesco protagonista, nobile rampollo di famiglia avvocatesca che nelle mani trova solo morte, tradimenti e dolore è degna di fiction televisiva, cui uno degli autori, Marco Videtta, pare fatto al caso, almeno da quarta di copertina.


11 gennaio 2016

Barnabo delle montagne (Dino Buzzati)

La vita. La sfida. La riservatezza e l'ambizione. La sete, la fame, la paura. Sembrano parole facili, scontate. Ma non è così. Sono concetti impervi, come la parete di una roccia scoscesa ardua da scalare. Una favola molto tipicizzata e manierata, ma che rivela già le doti di un Buzzati ancora acerbo ma già alla ricerca di stile e stilemi per dare vita alla sua narrativa. Meno epico e esistenzialista del successivo Il deserto dei Tartari, distante anni luce dalle tematiche dei suoi ultimi romanzi quali Il grande ritratto oppure il più famoso e "scandaloso" Un amore.

08 gennaio 2016

Runaway dream. Born to run e la visione americana di Bruce Springsteen (Louis P. Masur)

Quando nel 1975 sta per uscire il disco Born to run, Bruce Springsteen, classe 1949, professione rocker e cantastorie, è considerato un musicista che il futuro può solo distruggere, professionalmente ed economicamente parlando. Ha tra le dita gli arpeggi giusti per suonare la sinfonia del successo non solo in patria, ma nel mondo. 

18 dicembre 2015

Il grande Gatsby (Francis Scott Fitzgerald)

Eccoci, siamo alla mitica New York e nei suoi dintorni, anni venti del Novecento. 


Una generazione jazz, che si è caricata sulle spalle in parte, non senza qualche polemica, la risoluzione della prima guerra mondiale, si affaccia sulla ribalta della vita di una nazione che cresce a dismisura in un ordine caotico, in un disordine ammaliante: gli Stati Uniti. La terra promessa, dove tutto è possibile e l'impossibile è messo al bando. 


Il whisky è benzina per mettere in moto vite effimere, ardenti bramosie materiali, amori e tradimenti di ogni ordine e grado. 


Un' umanità forte e fiera nelle proprie imperversanti pazzie, un upper class che appare devastata e posseduta dal benessere ed alla ricerca di riempire i propri vuoti esistenziali ballando ora agilmente ora rozzamente nell'ipocrisia permanente di vestirsi ora in rigidi costumi moralisti ora in sgargianti lingerie libertine.




Nick, proveniente della provincia del West, guarda a volte impassibile a volte in preda a solida meraviglia quell'enorme palcoscenico che sembra promettere e non mantenere, questo mondo paludoso e paludato, placido e mellifluo dove ad ogni sguardo, ad ogni festa sembra aprirsi l'universo della scalata sociale ed economica. 

Nick abita vicino a Gatsby, coetaneo milionario, uomo discusso ed ammirato, lusingato, misterioso e misterico. Nel frattempo bazzica anche la cugina Daisy, bella come il sole, fragile come il vento quando sbatte contro un muro e cozza contro la granitica e indistruttibile rozzezza del marito, Tom, ex giocatore di football e dalla sensibilità pari a quella d'un bradipo in letargo, ora imperterrito e facoltoso donnaiolo che però tiene al focolare domestico esattamente come ognuno di noi tiene al pasto serale dopo una giornata di stenti e stentorei sacrifici. Tipico esempio di fedele tradimento alla maschile. 
Quattro personaggi monumentali, con l'occasionale ma importante presenza alterna e altalenante della sportiva miss Baker, bella e turgidamente saggia con il suo fare brillante e prezioso ma che tende sempre a sciogliersi come fa il più bel gelato nelle torride giornate estive, donna sempre dimidiata e preda alternativamente dell'avere e del pensare di dover avere. In un mondo dove i dialoghi e le azioni spesso si contrastano oppure si annodano fino a strozzare le possibilità e la volontà di determinarsi dentro le fauci dell'inevitabile o del casuale. 
Protagonista è la voce narrante di questo Nick cuore freddo ma tenero e passionale, che si districa non sempre magistralmente tra il disincanto che gli proviene dalla prossima matura soglia dei trent'anni d'età e lo stupore inneffabile che coglie chiunque si trovi catapultato da una modesta, pacifica e soporifera dimensione esistenziale di provincia in un mare ora agitato e tempestoso, in balia di venti e correnti, piogge e temporali quale è la jet set society di quella New York che
Fitzgerald, l'autore di questo capolavoro, conosceva bene e che in tanti, negli anni successivi ci hanno dipinto ugualmente, maliarda, matrona, tronfia, ricca e arroccata su suoi privilegi sorti con una nazione americana nata dal nulla e diventata tutto e anche oltre il tutto. 

I suoi contraltari, anche loro preda del loro anelito interiore a più puri desideri, a più felici congiunzioni umane, finiscono per annegare nelle loro misere appartenenze ad agiatezze materiali, vittime e carnefici di quella aspirazione a cercare una verità dove il non vero galoppa e trionfa senza remora alcuna. 

Chi vincerà nella lotta per dominare l'effimero territorio fra Tom e Gatsby? Daisy recupererà una almeno parziale lucidità di sentimenti? Nick saprà rimanere in piedi in questo terremoto di sensazioni e fibrillazioni che lo circondano? 

La bellezza e fulgidità della storia sta nel non incespicare mai nelle balbuzie dell'indulgenza o nei romanticismi dell'amore stile romanzo rosa, anzi, dardeggia senza sosta strali di lucido cinismo, spietato ardore nell'affrontare i caduchi voltafaccia reciproci della coppia in crisi Tom-Daisy con nell'ombra la figura ora ieratica e misteriosa ora puerile e frignante di questo Gatsby apparente mantide e cicala, ma spesso tacchino ripieno da cuocere al forno nei giorni del Ringraziamento  che l'America celebra a novembre. 

Stile imperfetto, ma inimitabile, poche pause ma con qualche flirtata jazz e sperimentalismi ante litteram, uso calibrato del linguaggio che spesso però si fa vibrante e surreale grazie ad improvvise virate espressioniste, che fuoriescono da ardite metafore, accattivanti paragoni, un uso quasi rituale dei colori della luce e dei riflessi del cielo per maestosamente affrescare tutto ciò che fa trama, sentimento, narrazione. 

L'autore Francis Scott Fitzgerald, (1896-1940), leggenda mondana del mondo artistico negli anni venti, uomo con vita spericolata, sempre al limite, in balia dell'alcool e di una moglie bellissima quanto malata, è stato icona, maestro e mentore della narrativa americana (Hemingway, Faulkner...) prima e di quella mondiale poi, sia per la figura bella e dannata, sia appunto per questo romanzo esile, con meno di duecento pagine, che appartiene a quella schiera di opere di rango che hanno segnato non solo un'epoca, ma intere generazioni di scrittori. 

Per fare un esempio tangibile ed a noi vicino, Andrea De Carlo deve molto a questo testo, dato che il suo famoso esordio "Treno di panna" (1981) è una rielaborazione neanche tanto nascosta in chiave post moderna, del Grande Gatsby.

16 dicembre 2015

Città della pianura (Cormac McCarthy)

L'amore, credo si sappia, muove anche le più nascoste forze ed anima anche i cervelli più intorpiditi e la chimica, la fisica e la logicità di tale portentosa forza a tutt'oggi non è stata ancora computerizzata né messa su carta in forma matematica. Nel senso che nessuno mette in dubbio che esista, ma razionalizzarla risulta compito improbo a scienziati e quant'altro. 
Ma questo romanzo temo ha l'amore come sinuosa esca, oppure adescamento, perché il risultato finale stavolta, in un eventuale riassunto, denota temi di altra portata e portamento. 

06 dicembre 2015

Furore (John Steinbeck)

Stati Uniti, anni Trenta. Gli effetti della grande depressione del 1929 infestano e spadroneggiano gli umori, i desideri, gli odi e le paure del paese. Il sogno americano già allora così fervido e vivo soprattutto nel resto nel mondo che non poteva conoscere la verità e le conseguenze di ciò, disconosceva che l’altra parte del sogno è sempre un incubo. SI comincia a mostrare qualche incrinatura tipica del sistema capitalistico, insita e congenita. Senza che questo voglia dire per forza che diversi sistemi di architettura economico- sociale che da decenni prima annunciano il prossimo Giudizio Universale siano in condizioni migliori o prefigurino un futuro ben più sapido. Il romanzo non decreta che l’impero stelle e strisce, ancora agli albori, sia destinato al crollo finale ed imperituro, come la parte avversa auspica e sancisce. “Semplicemente”, sostiene che un sistema è strutturato con cicli e ricicli. Si prende atto che non esiste infallibilità e coloro che ne fanno le spese, sicuramente, sono vittime sacrificali sull’altare del progresso modernamente inteso. Così s’ha da fare, chioserei, ove questo sia il meglio o il meno peggio. Ai posteri ardue sentenze. A ciascuno il proprio terrestre destino.

04 dicembre 2015

Dora Bruder (Patrick Modiano)

Dora Bruder scappa di casa in un freddo inverno del 1941, tetro e lugubre per la Parigi occupata dai nazisti. È una ragazza, ancora minorenne ma probabilmente l’aria del convento non fa per lei. A quanto si suppone aveva un carattere ribelle. I genitori sono ebrei, immigrati in Francia. Il padre, in passato arruolatosi nella legione straniera, all’epoca risulta dagli archivi invalido al 10o% e senza lavoro, come la madre. Non sono mesi facili, né per loro, né per tutti. L’occupazione tedesca sta stremando le forze, le violenze e i soprusi mediante circolari amministrative sono in aumento. Ad aprile Dora viene ritrovata per poi sparire di nuovo ed alfine essere bloccata e dirottata nei famigerati campi di raccolta della capitale francese, dove si ricongiungerà al padre, per essere deportata con un treno che purtroppo non ha nulla di festoso ed iniziatico, ma è tetro e minaccioso e si ha come un sapore di nulla montandoci su, depredato dei pochi averi, a spintoni e calci.